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lunedì 25 maggio 2015

Governo Modi compie un anno: questione marò ancora in stallo

Su Ansa

Tra le questioni irrisolte del primo anno di potere di Narendra Modi c'è quella dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone accusati dell'omicidio di due pescatori e da oltre tre anni trattenuti in India. La disputa giudiziaria ha causato una profonda crisi nelle relazioni bilaterali con l'Italia e anche con la stessa Unione Europea. "Evidentemente -ha detto all'ANSA l'analista politico Subhash Agrawal, fondatore del think tank India Focus - i legami con l'Italia non sono considerati prioritari nell'agenda politica del premier. Non saprei quale altra spiegazione dare al suo totale silenzio sulla questione". Dopo la vittoria elettorale, si pensava che il 'decisionista' Modi, forte di un solido consenso politico, avrebbe trovato una veloce via di uscita allo 'pasticcio' giuridico che si è creato sulla legittimità della polizia anti terrorismo Nia incaricata di condurre le indagini. Invece sembra che la questione si sia di nuovo impantanata nelle sabbie mobili di New Delhi. Secondo Agrawal "a poco sono servite anche le pressioni del'Italia sull'Unione Europea e sull'Onu". "Modi ha mostrato un quasi totale disinteresse per Bruxelles - spiega - e ha privilegiato i legami con i tre Paesi che contano in Europa, ovvero Francia, Germania e Regno Unito". Non a caso, nel suo primo tour europeo lo scorso aprile è andato a Parigi e poi Berlino, passando prima da Hannover. "Mi dispiace dirlo - continua - ma per l'India, l'Unione Europea è solo un blocco commerciale e non una potenza geopolitica". D'altra parte, secondo l'analista, ci sono stati anche errori tattici e strategici da parte di Roma. "Invece della strada dell'arbitrato internazionale che mi sembra molto complicata e poco fattibile - conclude - potrebbe essere più utile costruire una rete di contatti diplomatici ed anche economici che possano favorire un dialogo distensivo e facilitare una soluzione che convenga ad entrambi i Paesi ".

domenica 24 maggio 2015

Governo Modi compie un anno: pagella appena sufficiente

Su ANSA

Dopodomani 26 maggio il governo di Narendra Modi, il carismatico leader della destra indiana e 'uomo forte' di New Delhi, festeggia il suo primo anno di vita, ma la sua pagella è appena sufficiente. Un anno fa quando l'ex governatore del Gujarat è salito al potere dopo aver sconfitto il Congresso dell'italo-indiana Sonia Gandhi, lo definirono il più potente premier indiano dopo la 'dama di ferro' Indira Gandhi grazie alla maggioranza che il suo partito, il Bharatiya Janata Party (Bjp), aveva conquistato alla Camera bassa (ma non al Senato). All'aspirante classe media che lo ha votato in massa e agli industriali che lo hanno sponsorizzato, 'NaMo' ha promesso in un famoso tweet che "verranno dei bei giorni" ("Acce din ane wale", in hindi). Ma dopo un anno il futuro non sembra così roseo, o meglio presenta luci e ombre. Sul fronte economico, l'India si sta risollevando dopo due anni di forte declino. Nel 2014-2015 ha registrato una crescita del 7,4% secondo una nuova misurazione del Pil (contro il 6,9% dell'anno precedente). La 'bestia nera' dell'inflazione è scesa al 5,9% dal 10%, grazie soprattutto al petrolio meno caro. Ma è calato l'import-export e la rupia ha perso valore a causa della scarsa fiducia mostrata dagli investitori istituzionali, come banche e fondi pensioni e di un 'autogol' del ministro delle Finanze che ha annunciato una nuova tassa sulle transazioni finanziarie per poi fare marcia indietro. Anche gli industriali lo hanno criticato per non aver ancora rimosso tutte le lungaggini burocratiche e gli ostacoli che scoraggiano gli investimenti produttivi. Il problema più grosso di Modi, secondo molti analisti politici, è l'accentramento del potere sul suo ufficio a tal punto da rendere irrilevanti altri ministeri come quello degli Esteri. A parte il suo braccio destro e stratega elettorale Amit Shah, messo a capo del Bjp, i collaboratori del 64enne politico sono quasi tutti degli 'yes men'. E così spesso è incappato in clamorosi 'faux pas' per la sua immagine pubblica, come quello di aver indossato un pacchiano abito con le sue iniziali ricamate per ricevere il presidente Barack Obama oppure di farsi fotografare mentre tira di arco in Mongolia come un semplice turista. Alcuni hanno storto il naso per questo suo 'super presenzialismo' in politica estera, culminato con il selfie con il cinese Li Keqiang, che lo ha portato a ignorare scottanti temi interni come la questione contadina, l'eterna 'Cenerentola indiana'. Oltre il 50% della popolazione indiana continua a essere occupata in un'agricoltura che è di mera sussistenza e dipendente delle piogge monsoniche. La mega campagna "Make in India", il cavallo (o meglio il leone, visto che è il simbolo) di battaglia di Modi per accelerare l'industrializzazione del Paese, sembra per ora più uno slogan che un piano concreto per creare fabbriche e posti di lavoro per milioni di indiani. Come anche ha destato qualche perplessità il 'pugno di ferro' del governo contro le organizzazioni non governative, come Greenpeace India, che rischia la chiusura dopo il blocco dei fondi.

venerdì 3 aprile 2009

ELEZIONI 2009, il Bjp rispolvera l'agenda dell'Hindutva


Il volto di Atal Bihari Vajpayee, l’ex primo ministro che nel 2004 è stato sconfitto da Sonia Gandhi campeggia nel manifesto dietro il palco accanto a Lal Krishna Advani, l’ultraottantenne delfino politico che ha ereditato la guida della destra indù. Ma a causa delle sue condizioni di salute l’anziano Vajpayee non è presente sotto il tendone tricolore dove oggi il partito indù nazionalista del Bjp ha presentato il suo programma politico in vista delle elezioni del 16 aprile-13 maggio.
Dopo 4 anni di opposizione la destra indù lancia la sua sfida basata sul sostegno alla classe media emergente, su misure più severe per combattere il terrorismo e sulla filosofia dell’”hindutva”, la protezione dell’identità e della religione induista. Il Congresso ha già replicato nel pomeriggio. Il ministro della scienza, Kapil Sibal, candidato del Congresso per la circoscrizione di Chandni Chowk, il centro storico di Delhi, ha detto che il manifesto “non è in sintonia con l’India” e che “il Bjp ha ancora una volta perso la sua strada”.
La battaglia elettorale per il rinnovo del 15esimo Lok Sabha (la camera bassa) terminerà con lo spoglio del 16 maggio, ma il clima è già rovente tra i due maggior partiti. Da una parte c’è il Congresso, laico e orientato a centro-sinistra, legato alla dinastia dei Nehru-Gandhi e favorito dai ceti rurali e dalle minoranze religiose. Dall’altra parte, il partito indù nazionalista Bjp (Bhraratya Janata Party o Partito Popolare Indiano) che gode dell’appoggio della classe medio alta e degli industriali. In mezzo ci sono una miriade di litigiosi partiti regionali pronti a giocare il ruolo da ago della bilancia Nelle ultime elezioni il Congresso ha conquistato 145 seggi (su un totale di 543) seguito dal Bjp con 138 seggi. In termini di consenso nazionale il partito di Sonia Gandhi conta oltre 103 milioni di voti (27%) mentre l’opposizione aveva totalizzato 86 milioni di voti (22%). Entrambi per governare hanno bisogno di entrare in alleanze.
Nel 2004 quasi tutti i sondaggi davano per vincente il Bjp che allora aveva come slogan “India Shining” (“India splendente”, per il boom economico che aveva iniziato a prendere piede soprattutto nel campo dell’informatica). Il partito di Vajpayee non aveva però fatto i conti con le grandi masse delle campagne indiane, ovvero con quel 41% che vive al di sotto della soglia della povertà e che non ha mai raccolto i benefici della nuova prosperità che ancora oggi tocca principalmente le metropoli. Il Congresso, storicamente legato all’”aam admi” (“l’uomo della strada”) ha quindi fatto leva sull’insoddisfazione dei ceti deboli e anche sul risentimento delle minoranze religiose, come i mussulmani che rappresentano il 13,4% del totale della popolazione.
Nel programma politico presentato oggi la filosofia dell’”Hindutva” occupa una posizione di rilievo. Sotto la voce “Difesa della civiltà” si legge che il Bjp rimane legato all’impegno di costruire un “grande” tempio dedicato al dio Ram nella città sacra di Ayodhya, dove nel 1992 i fanatici indù distrussero mattone dopo mattone una moschea del 1600 scatenando un’ondata di violenza in tutto il Paese. Tra gli altri punti la revoca dello statuto speciale dello stato del Jammu e Kashmir, il “revival” ecologico del fiume sacro del Gange e la tutela delle vacche, che significa soprattutto estendere il divieto di macellazione oggi presente in molti stati indiani.
Sul fronte fiscale il Bjp prevede un’esenzione dell’imposta sul reddito per le classi lavoratrici e per gli anziani. Niente tasse anche per ben 2 milioni di soldati. Il tasto della sicurezza nazionale è centrale per l’opposizione che ha accusato il governo di Manmohan Singh di essere stato incapace a gestire l’emergenza dell’attentato di Mumbai del 26 novembre scorso. Il Bjp auspica l’entrata in vigore di nuove misure antiterrorismo e il completamento della “cortina di ferro” con il Bangladesh per impedire l’immigrazione clandestina.
E’ curiosa anche la promessa, elencata nel capitolo “Precedenza ai poveri” di garantire 35 chili di riso al mese al prezzo sovvenzionato di 3 rupie al chilo (mezzo centesimo di euro) per le famiglie al di sotto della soglia della povertà. Dieci chili in più e una rupia in meno di quanto promesso dal manifesto del Congresso.