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mercoledì 30 ottobre 2013
martedì 30 settembre 2008
Ressa al tempio Chamundi, una tragedia evitabile
Su Apcom
L’India è tra i Paesi più religiosi al mondo ma i suoi templi sono tra i più pericolosi. Ogni volta un pellegrinaggio si trasforma in una strage, come quello di oggi al tempio Chamundi a Jodhpur, ci si chiede puntualmente come si poteva evitare la tragedia. Ma appena cremati i corpi delle vittime tutto ritorna come prima. Anche se le inchieste della polizia accertano le cause dell’incidente, difficilmente ci sono delle conseguenze civili o penali per i responsabili della mancanza di norme di sicurezza. Il giorno dopo i fedeli continuano ad affluire in massa e ad aspettare pazientemente il proprio turno in lunghissime code per portare le offerte alla divinità e ricevere la loro benedizione.
Nonostante il boom economico, l’India rimane un Paese profondamente attaccato ai valori e alle tradizioni dell’induismo. I pellegrinaggi, gli “yatra” o anche i bagni rituali dei “kumba mela”, costituiscono un’esperienza culminante nella vita di un fedele e implicano lunghi ed estenuanti viaggi. L’occasione è di solito una delle tante festività del calendario induista o una data considerata particolarmente fortunata dal punto di vista astrologico e che è di buon auspicio per matrimoni, nascite o affari.
In particolare oggi si celebra il primo dei nove giorni del festival di Navratri in onore della dea Durga. Il piccolo tempio Chamundi, che sorge ad una estremità del maestoso forte Meherangarh di Jodhpur, meta turistica del Rajasthan, è dedicato a questa divinità molto popolare e raffigurata come una guerriera che cavalca una tigre. Il complesso storico che domina la città da un’altura di un centinaio di metri appartiene all’ex maharaja di Jodhpur. Sembra che quando è scoppiata la ressa erano radunati sul posto circa 10 mila fedeli per effettuare la “puja”, l’offerta, alle prime luci dell’alba. I pellegrini si trovavano in una lunga coda in uno stretto passaggio quando si è scatenato il panico sembra causato da un’interruzione di corrente. Ma non è escluso che il fuggi fuggi generale sia stato innescato dalla falsa notizia di una bomba. Per uccidere 146 persone lo scorso 4 agosto al tempio di Naina Devi (anche questo dedicato alla dea Durga), alle pendici dell’Himalaya, è bastata la voce di una frana causata dalle piogge monsoniche che imperversavano nella zona.
Il sovraffollamento, gli spazi ristretti, la tensione e la stanchezza della gente costretta a faticosissime attese e anche il fervore religioso, sono tutti ingredienti che possono trasformare un piccolo incidente in una tragedia dove a patire sono i più deboli, di solito donne e bambini, che vengono calpestati dalla folla impazzita.
Dopo la ressa mortale al tempio di Naina Devi, il quotidiano “Times of India” aveva puntato il dito contro gli organizzatori del pellegrinaggio che avrebbero dovuto prendere esempio da altri luoghi sacri, per esempio il famoso tempio di Tirupati, nel sud del Paese, che è quello che attira più fedeli in assoluto. “E’ un modello ideale di come gestire folle di fedeli ed evitare le resse” – scrive il quotidiano. Il tempio di Tirupati è frequentato da 16 mila fedeli al giorno che possono accedere solo a gruppi limitati attraverso un lungo percorso a serpentina controllato da decine di volontari e poliziotti. Un altro esempio “positivo”, citato dal quotidiano, è il noto Tempio d’Oro di Amritsar, al confine con il Pakistan, il “Vaticano” dei sikh, che ogni giorno è visitato da 100 mila fedeli.
L’India è tra i Paesi più religiosi al mondo ma i suoi templi sono tra i più pericolosi. Ogni volta un pellegrinaggio si trasforma in una strage, come quello di oggi al tempio Chamundi a Jodhpur, ci si chiede puntualmente come si poteva evitare la tragedia. Ma appena cremati i corpi delle vittime tutto ritorna come prima. Anche se le inchieste della polizia accertano le cause dell’incidente, difficilmente ci sono delle conseguenze civili o penali per i responsabili della mancanza di norme di sicurezza. Il giorno dopo i fedeli continuano ad affluire in massa e ad aspettare pazientemente il proprio turno in lunghissime code per portare le offerte alla divinità e ricevere la loro benedizione.
Nonostante il boom economico, l’India rimane un Paese profondamente attaccato ai valori e alle tradizioni dell’induismo. I pellegrinaggi, gli “yatra” o anche i bagni rituali dei “kumba mela”, costituiscono un’esperienza culminante nella vita di un fedele e implicano lunghi ed estenuanti viaggi. L’occasione è di solito una delle tante festività del calendario induista o una data considerata particolarmente fortunata dal punto di vista astrologico e che è di buon auspicio per matrimoni, nascite o affari.
In particolare oggi si celebra il primo dei nove giorni del festival di Navratri in onore della dea Durga. Il piccolo tempio Chamundi, che sorge ad una estremità del maestoso forte Meherangarh di Jodhpur, meta turistica del Rajasthan, è dedicato a questa divinità molto popolare e raffigurata come una guerriera che cavalca una tigre. Il complesso storico che domina la città da un’altura di un centinaio di metri appartiene all’ex maharaja di Jodhpur. Sembra che quando è scoppiata la ressa erano radunati sul posto circa 10 mila fedeli per effettuare la “puja”, l’offerta, alle prime luci dell’alba. I pellegrini si trovavano in una lunga coda in uno stretto passaggio quando si è scatenato il panico sembra causato da un’interruzione di corrente. Ma non è escluso che il fuggi fuggi generale sia stato innescato dalla falsa notizia di una bomba. Per uccidere 146 persone lo scorso 4 agosto al tempio di Naina Devi (anche questo dedicato alla dea Durga), alle pendici dell’Himalaya, è bastata la voce di una frana causata dalle piogge monsoniche che imperversavano nella zona.
Il sovraffollamento, gli spazi ristretti, la tensione e la stanchezza della gente costretta a faticosissime attese e anche il fervore religioso, sono tutti ingredienti che possono trasformare un piccolo incidente in una tragedia dove a patire sono i più deboli, di solito donne e bambini, che vengono calpestati dalla folla impazzita.
Dopo la ressa mortale al tempio di Naina Devi, il quotidiano “Times of India” aveva puntato il dito contro gli organizzatori del pellegrinaggio che avrebbero dovuto prendere esempio da altri luoghi sacri, per esempio il famoso tempio di Tirupati, nel sud del Paese, che è quello che attira più fedeli in assoluto. “E’ un modello ideale di come gestire folle di fedeli ed evitare le resse” – scrive il quotidiano. Il tempio di Tirupati è frequentato da 16 mila fedeli al giorno che possono accedere solo a gruppi limitati attraverso un lungo percorso a serpentina controllato da decine di volontari e poliziotti. Un altro esempio “positivo”, citato dal quotidiano, è il noto Tempio d’Oro di Amritsar, al confine con il Pakistan, il “Vaticano” dei sikh, che ogni giorno è visitato da 100 mila fedeli.
lunedì 29 settembre 2008
Ressa mortale al tempio di Chamunda a Jodhpur
In onda su Radio Svizzera Italiana
Sarebbe stato il crollo di un muro a scatenare il panico tra i pellegrini in coda per visitare il tempio di Chamunda, nel forte di Jodhpur, popolare meta turistica del Rajasthan. Al momento dell’incidente nel luogo sacro c’erano circa 10 mila fedeli giunti per celebrare l’inizio di una delle tante festività religiose induiste. I soccorritori hanno estratto decine di corpi intrappolati sotto le macerie. Ma altre decine di persone sarebbero state uccise dalla gigantesca ressa che si è scatenata nello stretto passaggio transennato che porta all’ingresso del tempio. A provocare il fuggi fuggi e il crollo del muro potrebbe essere stata anche la falsa notizia di una bomba. Dopo gli attentati a catena ai mercati di New Delhi del 13 settembre e l’ultimo ordigno esplosivo fatto scoppiare sabato scorso nella borgata di Mehrauli, nell’intero Paese prevale un’atmosfera di tensione e paura. Ma non è la prima volta che la ressa in un tempio si trasforma in una strage. Incidenti del genere sono molto comuni in India a causa del sovraffollamento e della totale mancanza di norme di sicurezza dei luoghi religiosi dove l’affluenza è limitata e costringe i fedeli a lunghissime attese, talvolta anche di giorni, prima di poter effettuare le offerte di rito alle divinità. L’ultima tragedia risale agli inizi di agosto quando 150 persone, tra cui molti bambini, sono state uccise dalla calca al tempio di Naina Devi, nello stato himalayano dell’Himachal Pradesh. Una ringhiera di protezione aveva ceduto sotto il peso della folla.
Sarebbe stato il crollo di un muro a scatenare il panico tra i pellegrini in coda per visitare il tempio di Chamunda, nel forte di Jodhpur, popolare meta turistica del Rajasthan. Al momento dell’incidente nel luogo sacro c’erano circa 10 mila fedeli giunti per celebrare l’inizio di una delle tante festività religiose induiste. I soccorritori hanno estratto decine di corpi intrappolati sotto le macerie. Ma altre decine di persone sarebbero state uccise dalla gigantesca ressa che si è scatenata nello stretto passaggio transennato che porta all’ingresso del tempio. A provocare il fuggi fuggi e il crollo del muro potrebbe essere stata anche la falsa notizia di una bomba. Dopo gli attentati a catena ai mercati di New Delhi del 13 settembre e l’ultimo ordigno esplosivo fatto scoppiare sabato scorso nella borgata di Mehrauli, nell’intero Paese prevale un’atmosfera di tensione e paura. Ma non è la prima volta che la ressa in un tempio si trasforma in una strage. Incidenti del genere sono molto comuni in India a causa del sovraffollamento e della totale mancanza di norme di sicurezza dei luoghi religiosi dove l’affluenza è limitata e costringe i fedeli a lunghissime attese, talvolta anche di giorni, prima di poter effettuare le offerte di rito alle divinità. L’ultima tragedia risale agli inizi di agosto quando 150 persone, tra cui molti bambini, sono state uccise dalla calca al tempio di Naina Devi, nello stato himalayano dell’Himachal Pradesh. Una ringhiera di protezione aveva ceduto sotto il peso della folla.
martedì 27 maggio 2008
La casta dei Gujjar di nuovo sul piede di guerra
Su Apcom
Un anno dopo la prima rivolta, in Rajasthan, una delle mete turistiche più popolari in India, è di nuovo scoppiata la rabbia della casta dei Gujjar, una minoranza tribale che fa parte della miriade di caste e sotto caste di cui è composta la società indiana. Da ormai cinque giorni i rivoltosi bloccano alcune arterie stradali e ferroviare intorno al capoluogo rajasthano di Jaipur e minacciano ora di marciare su Nuova Delhi. Centinaia di rappresentanti della casta hanno organizzato un sit-in sulla strada che collega Jaipur con Agra, la città del Taj Mahal. Hanno anche sabotato alcuni binari causando disagi per i collegamenti ferroviari con Mumbai. Accanto a loro hanno i cadaveri di alcuni manifestanti uccisi nei giorni scorsi quando la polizia ha sparato ad altezza uomo sulla folla uccidendo 38 persone. Chiedono che vengano condotta un’autopsia sui corpi per verificare che sono stati colpiti da proiettili. Le autorità indiane hanno accusato il loro leader Kirori Singh Baisala accusano di aver linciato e ucciso un poliziotto lo scorso venerdì, episodio che avrebbe scatenato la violenza delle forze dell’ordine.
I Gujjar chiedono di essere inclusi in una classificazione castale che è più bassa della loro, ma che gode di più privilegi per ottenere un impiego nella pubblica amministrazione e l’ingresso nelle università. Per favorire la mobilità sociale tra caste l’India ha adottatto negli anni un complesso sistema di quote riservate per i “dalit”, gli ex “intoccabili” e che costituiscono il 30% della popolazione, i gruppi tribali e indigeni e tutte le altre caste “inferiori”. Le caste sono state abolite dalla costituzione del 1947, ma di fatto continuano ad esistere e a costituire invisibili barriere sociali.
Un anno dopo la prima rivolta, in Rajasthan, una delle mete turistiche più popolari in India, è di nuovo scoppiata la rabbia della casta dei Gujjar, una minoranza tribale che fa parte della miriade di caste e sotto caste di cui è composta la società indiana. Da ormai cinque giorni i rivoltosi bloccano alcune arterie stradali e ferroviare intorno al capoluogo rajasthano di Jaipur e minacciano ora di marciare su Nuova Delhi. Centinaia di rappresentanti della casta hanno organizzato un sit-in sulla strada che collega Jaipur con Agra, la città del Taj Mahal. Hanno anche sabotato alcuni binari causando disagi per i collegamenti ferroviari con Mumbai. Accanto a loro hanno i cadaveri di alcuni manifestanti uccisi nei giorni scorsi quando la polizia ha sparato ad altezza uomo sulla folla uccidendo 38 persone. Chiedono che vengano condotta un’autopsia sui corpi per verificare che sono stati colpiti da proiettili. Le autorità indiane hanno accusato il loro leader Kirori Singh Baisala accusano di aver linciato e ucciso un poliziotto lo scorso venerdì, episodio che avrebbe scatenato la violenza delle forze dell’ordine.
I Gujjar chiedono di essere inclusi in una classificazione castale che è più bassa della loro, ma che gode di più privilegi per ottenere un impiego nella pubblica amministrazione e l’ingresso nelle università. Per favorire la mobilità sociale tra caste l’India ha adottatto negli anni un complesso sistema di quote riservate per i “dalit”, gli ex “intoccabili” e che costituiscono il 30% della popolazione, i gruppi tribali e indigeni e tutte le altre caste “inferiori”. Le caste sono state abolite dalla costituzione del 1947, ma di fatto continuano ad esistere e a costituire invisibili barriere sociali.
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