giovedì 12 giugno 2008

Darjeeling paralizzata da rivolta dei gorkha

Su Apcom
Per il secondo giorno consecutivo la località himalayana di Darjeeling, paradiso delle piantagioni di tè e meta turistica fin dall’epoca del dominio britannico, è paralizzata da uno sciopero generale che ha costretto all’esodo migliaia di turisti indiani e anche stranieri.
La protesta, che è sfociata anche in scontri con la polizia, è stata organizzata da un gruppo separatista che si batte per la creazione di una nuova entità autonoma, chiamata Gorkhaland, nell’estremità settentrionale del Bengala Occidentale dove vive una maggioranza di etnia nepalese. Alla serrata, indetta lunedì dal Gorkha People Liberation Front (Gorkha Janamukti Morcha) per protestare contro lo “stato di terrore” imposto dal governo locale a guida comunista, hanno aderito negozi, ristoranti, hotel che si trovano nel picco delal stagione estiva e anche la rete di trasporti stradali rimasta completamente paralizzata. Gli attivisti Gorkha avrebbero anche costretto alla chiusura le rinomate piantagioni di tè che negli anni scorsi avevano sofferto una gravissima crisi. A causa del blocco dell’unica strada di collegamento con il centro ferroviario di Siluguri, anche il piccolo stato del Sikkim, che si estende a nord verso il confine con il Tibet, sarebbe isolato. Le autorità locali hanno deciso di evacuare un migliaio di turisti.
Nei prossimi giorni la situazione potrebbe peggiorare. Già oggi ci sono state notizie di violenze tra i manifestanti gorkha e alcuni quadri comunisti che hanno indetto un analogo sciopero a Siliguri, città in pianura, a maggioranza etnica bengalese e punto di passaggio obbligato per Darjeeling, che dista a tre ore di auto.
I leader della protesta hanno dato 60 ore di tempo ai visitatori per lasciare la vallata, mentre hanno consigliato alla popolazione di rifornirsi di viveri. “Siamo pronti per la battaglia finale” ha detto uno dei leader dei Gorka annunciando una serrata ad oltranza a partire da sabato quando scadrà la “tregua”.
Il governo comunista del Bengala Occidentale, guidato da Buddhadeb Bhattacharjee, il “Buddha rosso” come è chiamato dalla stampa indiana, ha respinto le rivendicazione degli attivisti Gorkha e ha convocato una riunione di emergenza di tutti i partiti a Calcutta. C’è il rischio che la protesta si trasformi in un'altra “Nandigram”, dove lo scorso anno è avvenuta una sanguinosa repressione dei contadini che per mesi si erano opposti contro l’esproprio delle proprie terre per far posto a un polo chimico.
Il movimento di liberazione dei Gorkha risale al secolo scorso, ma è culminato nel 1979 quando le comunità montane, the “hill people”, lanciarono una rivolta armata contro il governo locale bengalese. Il risultato fu di ottenere una sorta di comitato locale autonomo in materia di economia, istruzione e cultura. Ma non sufficiente per i Gorkha che vorrebbero uno status speciale simile a quello che godono alcuni stati “ribelli” del nord est indiano, Assam, Meghalaya, Mizoran e Tripura.
L’esodo dei turisti e la paralisi delle piantagioni di te è comunque un brutto colpo per Darjeeling che vive esclusivamente di queste due risorse. Ma lo è anche per l’industria turistica nazionale già messa in ginocchio dall’attentato terroristico del 13 maggio nel cuore di Jaipur e dalla rivolta della casta dei Gujjar che per giorni ha paralizzato lo stato del Rajasthan, la meta più popolare in India.

mercoledì 11 giugno 2008

Pakistan condanna uccisione di 11 guardie di frontiera in raid americano al confine afghano

In onda su Radio Svizzera Italiana
Secondo un comunicato dei militari americani in Afghanistan, l’attacco aereo sferrato la scorsa notte era diretto contro sospetti militanti talebani che avevano attaccato una postazione di frontiera. Le forze della coalizione internazionale avrebbero anche avvertito i comandi di Islamabad dell’operazione che ha colpito, sembra per sbaglio 11 soldati pachistani, mentre avrebbe ucciso 8 talebani, secondo fonti militari. Non è chiara la dinamica dell’incidente, avvenuto nel distretto orientale di Kunar, ma la reazione dell’esercito pachistano è stata durissima e rischia di aprire una nuova crepa nell’alleanza con Washington. Un portavoce ha condannato l’attacco degli Stati Uniti come “vile e immotivato” e ha deplorato la perdita della vita preziosa delle guardie di frontiera, tra cui un ufficiale. Ha aggiunto che si tratta di “un atto di aggressione che non ha nessuna relazione con la comune causa della lotta al terrorismo”. L’incidente è stato condannato anche dal neo premier Yusuf Raza Gilani che in Parlamento ha difeso il diritto alla sovranità e integrità territoriale.
Non è la prima volta che le forze americane sconfinano oltre la frontiera con attacchi di artiglieria o con l’uso di droni per colpire sospetti militanti islamici. Ma la situazione politica a Islamabad ora è cambiata dopo la sconfitta elettorale di Pervez Musharraf, il più importante partner di Bush nella campagna antiterrorismo lanciata dopo l’11 settembre. Di recente il governo aveva stretto nuovi accordi di pace con i gruppi estremisti nel nord-ovest, una manovra contestata sia dalle forze occidentali che dagli afghani che temono un aumento delle infiltrazioni oltre frontiera.

lunedì 9 giugno 2008

Gli avvocati di nuovo in marcia su Islamabad per chiedere reintegro Corte Suprema

In onda su Radio Svizzera
Di fronte ai tentennamenti dei partiti al governo sulla questione della giustizia, gli avvocati pachistani sono di nuovo in marcia su Islamabad per chiedere la riabilitazione della Corte Suprema. Migliaia di rappresentanti della giustizia e di oppositori del presidente Pervez Musharraf si stanno raggruppando per raggiungere la capitale dove per giovedì è previsto un grande raduno che nelle intenzioni dovrebbe essere pacifico. Alla marcia si unirà anche il giudice Iftikar Mohammed Chaudry, diventato l’icona dei movimenti pro democratici. Ma l’attuale situazione è diversa da quella che lo scorso anno ha sollevato una rivolta popolare contro l’autoritarismo di Musharraf. Il partito popolare pachistano di Asif Ali Zardari e la Lega Mussulmana di Nawaz Sharif, che guidano la coalizione, avrebbero dovuto reintegrare entro lo scorso 12 maggio la sessantina di giudici esautorati dopo lo stato di emergenza di novembre. Ma non sono riusciti a trovare un accordo sulle modalità e soprattutto sulle azioni da prendere contro Musharraf per i suoi comportamenti anti costituzionali e la sua controversa ri-elezione a presidente. L’ex primo ministro Sharif chiede a gran voce l’impeachment e un processo per alto tradimento per l’ex generale, che nonostante le pressioni, ha dichiarato di non avere nessuna intenzione di dimettersi.

sabato 7 giugno 2008

Manmohan Singh impone l'austerity ai ministri: basta viaggi all'estero

Su Apcom
Preoccupato dall’inflazione galoppante e dall’erosione di consenso popolare, Manmohan Singh ha deciso di imporre la scure dell’austerity al proprio governo. Il giorno dopo il rincaro del carburante, che ha sollevato un’ondata di proteste, il premier-economista ha inviato una lettera ai suoi ministri chiedendo di “tagliare drasticamente le spese di viaggi aerei, soprattutto all’estero, eccetto che nei casi in cui non sia strettamente necessario”. I titolari dei dicasteri e i funzionari sono stati chiamati a dare l’esempio. “Poiché chiediamo alla gente di sopportare gli aumenti delle importazioni petrolifere – si legge - non è solo necessario dal punto di vista della conservazione delle risorse, ma anche un dovere morale tagliare tutti gli sprechi dei propri uffici”.
Il primo a essere colpito dall’austerity è stato il ministro Mani Shankar Ayar a cui è stata negata l’autorizzazione a una trasferta di 13 giorni in Norvegia e poi negli Stati Uniti. Altri colleghi invece hanno volontariamente annullato alcune missioni. Il ministro del turismo, Ambika Soni, che è anche un braccio destro di Sonia Gandhi, ha rinunciato a un tour tra San Francisco e Los Angeles dove era ospite di un festival di danza internazionale. Il ministro dei trasporti e navigazione T.R. Baalu non andrà in Finlandia dove era atteso lunedì per una visita bilaterale e la firma di un accordo economico. Il collega del dicastero dell’informazione P.R. Dasmundi, invece, ha deciso di andare oltre dichiarando che d’ora in avanti viaggerà solo in classe economica. Secondo indiscrezioni di stampa, anche il ministro delle finanze P.Chidambaram e quello del petrolio Murli Deora avrebbero rinunciato a delle importanti missioni all’estero, ma la decisione sarebbe stata presa prima della direttiva anti sprechi. Deora sarebbe dovuto andare in Giappone il mese prossimo per una conferenza ministeriale del G8.
In occasione del quarto anniversario della coalizione di centro-sinistra guidata dal partito del Congresso lo scorso 23 maggio, il primo ministro aveva già fatto appello a “stringere la cinghia” di fronte ai pericoli di un’inflazione che ha toccato il record di 8,24%, secondo l’ultima rilevazione, e anche ai timori di un rallentamento della crescita economica indiana. L’aumento della benzina di 5 rupie e del diesel di 3 rupie, ha sollevato un’ondata di malcontento popolare e scatenato l’attacco dell’opposizione indu-nazionalista del Bjp (Bharatya Janata Party o Partito Popolare Indiano) rinvigorita dalla recente vittoria elettorale nello stato del Karnataka (che rappresenta la dodicesima sconfitta elettorale negli ultimi 4 anni per il Congresso di Sonia Gandhi). L’aumento dei prezzi alimentari, la ripresa del terrorismo con l’attentato di Jaipur e l’incertezza sull’eventuale candidatura a premier di Rahul Gandhi, figlio della leader italo-indiana, sono le pesanti incognite sul futuro della coalizione di Singh a meno di un anno dalle elezioni generali.
Già due anni fa, il premier aveva bacchettato i suoi 78 ministri per le eccessive spese di viaggio all’estero, soprattutto durante la stagione estiva. Il settimanale “Outlook”, lo scorso febbraio aveva dedicato la copertina ad una dettagliata inchiesta sulle trasferte d’oro. Primo della lista risultava il ministro del commercio Kamal Nath, che è anche colui che guida i negoziati in seno all’Organizzazione Mondiale del Commercio, che ha trascorso in totale 14 mesi all’estero su tre anni e mezzo di governo .

venerdì 6 giugno 2008

Taj Mahal, 15 quintali di argilla per maschera di bellezza


Su Apcom
Nel suo ufficio, all’interno dello storico forte di Agra, N.K. Samadhiya mostra orgoglioso le foto del Taj Mahal “prima” e “dopo” il trattamento all’argilla. I marmi ingialliti e opachi dalla polvere e inquinamento sono diventati candidi e splendenti come nuovi. “Non è incredibile? E’ un trattamento magico” scherza mentre mostra un barattolo di “fuller earth”, un composto di silicato di alluminio e magnesio. Mischiandolo a dell’acqua distillata si ottiene una sorta di “argilla” che assorbe in modo naturale le impurità delle superfici marmoree senza rischi di corrosione o abrasione. “E’ lo stesso principio di una maschera di bellezza per purificare la pelle. In India questa argilla si chiama “multani mitti” ed è fin dall’antichità comunemente usata dalle donne indiane”.
N.K Samadhya è un chimico e da 5 anni è il responsabile dell’ufficio della Soprintendenza Archeologica Indiana (Archaeological Survey of India) di Agra che ha “in cura” il mausoleo del Taj Mahal, il monumento simbolo dell’India e orgoglio nazionale tanto da coprirlo con dei teli mimetici durante l’ultima crisi militare con il Pakistan. I marmi della tomba costruita dall’imperatore mughal Shah Jahan per la moglie favorita morta di parto, avevano assunto negli ultimi anni una patina gialla che ha fatto scattare l’allarme tra i restauratori della Soprintendenza. Le cause sono l’inquinamento delle polveri sottili e soprattutto l’impatto con il flusso di visitatori che in certi giorni supera anche le 10 mila presenze. Dopo una serie di studi e di test, nel 2000 l’Asi aveva deciso di applicare la “maschera al fango” su una porzione dei marmi. Visto i mirabolanti risultati, l’operazione di pulizia è stata replicata quest’anno sulle 4 grandi volte a botte e sui 24 archi del mausoleo, ovvero sulle parti non esposte alla pioggia.
Dal mese di gennaio sono stati usati oltre 17 quintali di fango per trattare una superficie di circa 5 mila metri quadri. Niyaz Hussain, è il giovane chimico che sta seguendo il gigantesco “facelift” che interesserà nelle prossime tre settimane la facciata meridionale dove sorge l’ingresso ai cenotafi di Shah Jahan e Muntaz Mahal. L’arco centrale è occupato da un’enorme impalcatura in ferro dove 40 operai sono al lavoro per spalmare il composto. “Dopo aver ricoperto la superficie con uno strato di qualche centimetro – spiega – applichiamo un telo di plastica per conservare l’umidità dell’argilla che comincia la sua azione assorbente. Dopo 48 ore è completamente secca e si stacca da sola. I residui vengono rimossi con dei panni morbidi e acqua distillata”.
Il procedimento, che l’Asi pensa di estendere ad altri monumenti marmorei dell’epoca mughal, sta riscuotendo un interesse anche oltre frontiera. “La prossima settimana sono stato invitato ad Hampi, in Karnataka, ad un seminario internazionale dell’Unesco sulla conservazione del patrimonio dove farò un intervento sul trattamento al fango” aggiunge Samadhiya che in passato ha lavorato al restauro di alcuni templi nel sito di Ankor Wat in Cambogia e per tre anni nei monasteri buddisti in Bhutan.

giovedì 5 giugno 2008

Sri Lanka, nuovo attentato contro bus alla periferia di Colombo, 21 morti

In onda su Radio Vaticana
Due giorni dopo l’esplosione di una bomba sui binari di treno locale, un nuovo sanguinoso attentato ha colpito dei pendolari alla periferia di Colombo. Un autobus, affollato di gente diretta al lavoro, è saltato su una potente mina a frammentazione nelle prime ore del mattino nella località di Muratuwa, nei pressi della capitale. Secondo alcuni dei passeggeri sopravissuti, l’esplosione è stata fortissima e ha causato il completo ribaltamento del mezzo. Un portavoce dell’esercito ha accusato i ribelli delle Tigri Tamil della strage, che fa parte di una lunga scia di attentanti che da mesi stanno seminando il terrore a Colombo e nelle zone a maggioranza cingalese. Da quando è ufficialmente saltata la tregua con i ribelli tamil all’inizio dell’anno, lo scontro etnico in Sri Lanka è precipitato in conflitto armato. L’esercito sta cercando di riconquistare con una massiccia offensiva le roccaforti delle Tigri Tamil ancora presenti nel nord dell’isola. I separatisti accusano però il governo di effettuare dei raid con l’uso di mine contro i civili nelle zone sotto il loro controllo.

mercoledì 4 giugno 2008

Replay arriva in India con due negozi a Delhi e Gurgaon

Su Apcom
Con due negozi monomarca, uno a Nuova Delhi e un altro nella città satellite di Gurgaon, il marchio italiano Replay ha ufficialmente fatto il suo debutto in India. “Il nostro obiettivo è di aprire 15 o 20 punti vendita in tutta l’India nei prossimi 3 o 4 anni” ha detto Brian Kreel, direttore del gruppo Fashion Box che possiede il marchio Replay, oggi all’inaugurazione di un negozio di 120 metri quadrati in uno dei nuovi centri commerciali nel quartiere di Saket, alla periferia meridionale della capitale. Altri punti vendita sono in previsione nella metropoli di Mumbai. A portare in India il marchio italiano, famoso per i jeans, è il gruppo indiano Pantaloon Retail India, uno delle più grandi società di vendita al dettaglio che possiede già una catena di grandi magazzini di abbigliamento e di supermercati alimentari.
Il gruppo Fashion Box, fondato da Claudio Buziol, è presente in 50 Paesi nel mondo con 200 negozi monomarca, ma non era ancora in India. “Abbiamo cominciato ad esplorare il mercato tre anni fa – spiega Kreel – ma i tempi non erano ancora maturi. Ora con l’aumento del potere di acquisto e soprattutto con la maggiore disponibilità di spazi commerciali abbiamo deciso di stabilire una presenza anche in India, ma non ci aspettiamo di vedere i risultati presto. Si tratta di un investimento con un’ottica di lungo termine”.
In futuro c’è anche l’apertura di un “flagship store” nel centro di Mumbai o Nuova Delhi, “ma stiamo riscontrando molte difficoltà a causa degli alti costi di affitto e della scarsità di spazi commerciali”.