venerdì 15 maggio 2015

Marò, incontro con Girone, "non ho avvertito la scossa di terremoto"

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 "Non ho avvertito la scossa di terremoto ieri, forse perché non ero seduto, ma stavo camminando in ufficio". Lo ha detto il Fuciliere di Marina Salvatore Girone incontrato oggi dall'ANSA mentre usciva dal commissariato di polizia di Chanakyapuri, nell'enclave diplomatica di New Delhi, dove si era recato per la firma settimanale di presenza. Si è presentato in abiti civili, con pantaloni beige e una camicia azzurra, accompagnato come tutte le settimane dall'addetto militare, il comandante Roberto Tomsi. Dopo la partenza del collega Massimiliano Latorre, colpito da un ictus lo scorso settembre, Girone è rimasto da solo nel compound dell'ambasciata d'Italia. Oltre a lavorare nell'ufficio dell'attachè militare, il marò continua i suoi studi universitari. "In questo periodo - ha aggiunto - sono molto impegnato con lo studio". Il nuovo sisma di magnitudo 7.4 sulla scala Richter che ha colpito il Nepal è stato sentito in diverse parti della metropoli indiana, ma non ha causato danni. Come previsto dal regime della libertà provvisoria a cui è sottoposto dal gennaio 2013 quando il processo è stato trasferito dal Kerala a New Delhi, ogni settimana deve presentarsi dalla polizia e non può uscire dalla circoscrizione territoriale della capitale. 

giovedì 14 maggio 2015

Pakistan: strage sull'autobus degli ismaeiliti, 45 morti

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 ISLAMABAD, 13 MAG - Ancora una volta una minoranza religiosa è stata vittima di un'orrenda carneficina in Pakistan, dove 45 sciiti sono stati massacrati in pieno giorno a bordo di un autobus nella metropoli di Karachi. Un gruppo di uomini armati, alcuni dei quali camuffati da poliziotti, sono saliti sul veicolo appartenente alla piccola setta degli ismaeliti e ha 'giustiziato' i passeggeri uno per uno con un colpo alla testa. Solo alcune delle circa 60 persone a bordo sono riuscite a scampare al brutale massacro. La strage, una delle più gravi dopo quella di gennaio contro una moschea sciita nella provincia del Sindh costata la vita a 55 persone, è stata rivendicata dall'Isis con un volantino trovato dalla polizia sul posto. Il messaggio scritto in urdu, di cui l'ANSA ha preso visione, spiega che l'attacco "è stato compiuto per vendetta". Ma i media locali ipotizzano che dietro ci potrebbe essere anche il gruppo Jandullah ('Soldati di Dio'), autore in passato di molte altre azioni violente contro la minoranza sciita. Il movimento, che si è staccato dai talebani del Tehrik-e-Taleban Pakistan (Ttp) lo scorso anno, si era schierato con il Califfato. La dinamica dell'attacco indica che è stato pianificato con precisione e compiuto da uomini ben addestrati. Secondo un rapporto preliminare della polizia del Sindh, un gruppo di 12 assalitori (ma altre fonti riportano sei) ha intercettato verso le 9.40 ora locale nell'area di Safoora Chowrangi l'autobus di colore rosa appartenente a una comunità ismaelita e usato ogni giorno per portare al lavoro i residenti del quartiere di Rozana Scheme 33. Il conducente ha cercato di accelerare quando ha sentito i primi spari, ma i militanti sono riusciti a fermare il mezzo e a salire a bordo. Con delle pistole calibro 9 hanno sparato alla testa e al collo dei passeggeri. Poi, ha raccontato un poliziotto, "hanno controllato che non ci fosse più nessuno da colpire". Alcune foto pubblicate dai media pachistani mostrano il veicolo con delle chiazze di sangue sui sedili e sulle fiancate. Dei testimoni hanno poi riferito che gli assalitori sono scappati a bordo di motociclette, mentre un sopravvissuto si è messo al volante e ha guidato per sette chilometri fino all'ospedale più vicino. La piccola comunità ismaelita, che già in passato era stata nel mirino di fondamentalisti sunniti, è sotto shock. Il leader spirituale della setta, il magnate e filantropo Karim Agha Khan, ha detto che l'attacco "è una violenza senza alcuna ragione di essere contro una comunità pacifica". La strage è stata condannata anche dal segretario generale dell'Onu Ban Ki moon e da diversi leader, tra cui il premier indiano Narendra Modi. A causa del massacro, il capo dell'esercito, il generale Raheel Sharif, ha annullato una visita in Sri Lanka e si è precipitato a Karachi per seguire le indagini. In una telefonata con l'Agha Khan ha promesso "di trovare i responsabili a ogni costo". Negli ultimi due anni la violenza nella città portuale era diminuita grazie al dispiegamento di reparti paramilitari. In serata Geo tv riferiva che le forze dei Rangers avevano condotto una serie di retate nell'area dell'attacco e arrestato 18 persone. Con l'emergere dell'Isis e di nuovi gruppi islamici locali come Jandullah sono aumentati gli attacchi contro gli sciiti a Karachi, Quetta e anche nelle aree del nord ovest, dove ci sono le roccaforti dei talebani. Si stima che negli ultimi due anni, circa mille appartenenti a questa minoranza sono stati uccisi in attentati di gruppi militanti sunniti che considerano queste sette come 'eretiche'.(ANSA).

mercoledì 13 maggio 2015

Torna la paura, seconda scossa terremoto in Nepal e India

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Diciassette giorni dopo è tornata a tremare la terra in Nepal, questa volta alle falde dell'Everest, con una prima scossa di magnitudo 7.4 sulla scala Richter e altri sei forti tremori nel giro di un'ora e mezza che hanno causato nuovi crolli a Kathmandu e estese frane nelle vallate dei trekking. Il bilancio delle vittime, ancora provvisorio, è di 60 morti e oltre mille feriti, che va ad aggiungersi al precedente conteggio di 8.159. In particolare, 42 sono le vittime in Nepal, a cui vanno aggiunti 17 decessi nei confinanti stati indiani del Bihar e dell'Uttar Pradesh dove nelle metropoli ci sono state scene di panico e almeno un morto anche in Tibet. La prima scossa è stata registrata alle 12.35 ora locale, anche questa volta nella tarda mattinata ed ha avuto come epicentro il villaggio di Namche Bazar, a circa 80 km a est di Kathmandu e a oltre 3.400 metri di altitudine. E' uno dei punti di sosta nel trekking verso il campo base dell'Everest, ma era semi deserto dopo le valanghe provocate dal sisma del 25 aprile che hanno ucciso 18 alpinisti e dopo la sospensione delle scalata sul tetto del mondo. I nuovi tremori hanno fatto crollare alcuni palazzi a Kathmandu dove sono morte quattro persone. Le altre vittime sono invece state causate dalle slavine nelle vallate al confine con il Tibet e in particolare nei distretti di Dolakha (19 morti) e Sindhupalchowk (cinque vittime). In queste aree, già devastate dal precedente sisma, si trovavano anche diversi team di soccorso nepalesi e internazionali per assistere il mezzo milione di senza tetto. Tra questi c'è anche l'ospedale da campo della Protezione Civile italiana che si trova al confine tra i distretti di Nuwakot e di Rasuwa, a circa quattro ore da Kathmandu. Contattato dall'ANSA il coordinatore Stefano Ciavela ha detto che l'equipe italiana formata da 39 operatori non ha subito danni e che le attività di soccorso continueranno regolarmente fino alla fine della settimana quando è stato deciso il rimpatrio. A Kathmandu sono stati momenti di terrore come documentato dalla televisione pubblica che stava trasmettendo in diretta i lavori del Parlamento. La telecamera che stava riprendendo l'intervento di un onorevole su un podio si è messa a sussultare violentemente. Sullo sfondo si vedono tutti i deputati fuggire verso l'uscita dell'emiciclo. Scene di caos anche in città che dopo la tragedia era tornata alla normalità. Migliaia di persone si sono riversate in strada, mentre l'elettricità è saltata per qualche ora rendendo difficili le comunicazioni telefoniche. "Si ballava come sul ponte di una nave" ha raccontato Erica Beuzer, operatrice della ong italiana Gvc, che lavora nella capitale nepalese. Un'altra cooperante, Chiara Mastrofini, ha detto detto che per diversi minuti tutta la città è rimasta paralizzata per la paura. "Tutti i negozi stanno chiudendo - ha aggiunto - e non ci sono più macchine in strada". Drammatico anche il racconto di Giuseppe Pedron, operatore di Caritas: "Al momento della scossa tutto lo staff di Caritas Nepal e noi dello staff internazionale stavamo lavorando alle operazioni di soccorso. L'allarme del generatore ci ha avvisato della scossa e siamo tutti corsi all'esterno. Ai piani superiori dell'ufficio alcuni computer e materiale sono caduti. In strada la popolazione atterrita prima e poi febbrilmente intenta a contattare le famiglie. La scossa e l'oscillazione sono stati decisamente forti". Attimi di tensione anche all'aeroporto internazionale che è stato chiuso per due ore dalle autorità come misura precauzionale e i passeggeri sono stati evacuati all'esterno. Per la sua potenza e anche profondità (18.5 km), maggiore del precedente (15 km), il sisma è stato avvertito fino a 1.800 km di distanza secondo R.K. Chadha, sismologo del National Geophysical Research Institute (NGRI) di Hyderabad, nel sud dell'India. Secondo l'esperto è "normale" la presenza di forti scosse di assestamento dopo un sisma di 7.8 di magnitudo.

martedì 14 aprile 2015

Cinema: censurato Unfreedom, storia di lesbiche e di terroristi

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 Un giovane regista indo americano, Raj Amit Kumar, ha lanciato una campagna contro la censura in India che ha bloccato l'uscita del suo film "Unfreedom" ('assenza di libertà') in cui si raccontano due storie parallele di una ragazza lesbica di New Delhi e di un terrorista islamico di New York. In un video su Youtube, l'artista rivolge un appello a firmare una petizione da inviare al primo ministro indiano Narendra Modi per chiedere che venga rispettata la libertà di pensiero e di espressione.

Il film, che uscirà nelle sale americane il 29 maggio, è stato censurato di recente dal Central Board of Certification (CBFC), l'autorità che autorizza il rilascio delle opere cinematografiche. In un primo tempo, l'ente aveva 'tagliato' alcune scene di sesso, poi di fronte al rifiuto del regista di accettare i tagli, ha deciso di censurare l'intera pellicola. "Noi registi siamo trattati come criminali - dice Kumar - perché ogni volta dobbiamo provare la nostra innocenza davanti a una commissione che decide che cosa un miliardo e passa di persone può guardare". Il regista è convinto che la libertà di pensiero e di espressione sia "il più importante dei diritti" e che "tutti dovrebbero battersi con ogni mezzo contro la censura". Il film, che è il suo primo lavoro, racconta la storia di una lesbica che si oppone al matrimonio combinato dai genitori e che scappa con la sua amante. Parallelamente, un fondamentalista islamico sequestra un mussulmano liberale per metterlo a tacere. Si tratta di due temi, la libertà sessuale e religiosa, che sono ancora tabù per la società indiana e per alcune frange radicali indù vicine al partito di governo del Bjp. La nuova polemica giunge dopo la censura del documentario "India's Daughter', della regista britannica Leslee Udwin, dedicato allo stupro della studentessa di New Delhi nel dicembre 2012 e che doveva essere trasmesso l'8 marzo, ma è stato oscurato a causa di un'intervista shock di uno dei violentatori realizzata nel carcere di Tihar.

giovedì 9 aprile 2015

Pakistan: scarcerato 'ideologo' strage Mumbai, India protesta

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Il Pakistan ha scarcerato oggi un leader islamico, Zakiur Rehman Lakhvi, considerato dall'India come il 'macellaio di Mumbai' per il suo coinvolgimento nelle stragi del novembre 2008 nella metropoli indiana, in cui morirono 166 persone, tra cui anche un italiano. Il 55enne comandante della Lashkar-e-Taiba (Armata dei Puri o LeT), uno dei gruppi armati più attivi in Pakistan, ha lasciato la prigione di Rawalpindi dopo che un tribunale di Lahore ieri ha disposto la liberazione per insufficienza di prove. La notizia ha mandato su tutte le furie New Delhi che da anni chiede che Lakhvi e altri sette sospetti siano processati. Il governo indiano ha contattato in serata il ministero degli Esteri pachistano per esprimere la sua 'grave preoccupazione'. Il ministro degli Interni, Rajnath Singh, ha definito come "increscioso e deludente" la decisione di liberare il leader della LeT. Per ora il premier Narendra Modi, impegnato in una visita a Parigi, prima tappa di un lungo tour che comprende Francia, Germania e Canada, non si è pronunciato. Un commento è invece arrivato dal presidente francese Francois Hollande secondo il quale la scarcerazione "non è una buona notizia per il mondo". C'è il rischio che la decisione della giustizia pachistana possa creare una nuova crisi tra le due potenze nucleari che dopo le tensioni sul confine del Kashmir dello scorso anno hanno nuovamente sospeso i negoziati di pace. In realtà, i giudici gli avevano concesso a Lakhvi la libertà provvisoria il 10 dicembre, ma le autorità locali della provincia del Punjab avevano deciso di trattenerlo in carcere per ragioni di ordine pubblico. Il 14 marzo era stato arrestato nuovamente, ma la detenzione è stata impugnata dai suoi legali presso l'Alta Corte di Lahore che l'ha dichiarata illegittima. Il militante era stato catturato in un raid delle forze di sicurezza una settimana dopo il grave attentato definito come 'l'11 settembre indiano'. Secondo gli inquirenti indiani, Lakhvi sarebbe stato l'ideatore e l'organizzatore dell'assalto compiuto da un commando di 10 terroristi giunti via mare da Karachi. Nei tre giorni dell'assedio i militanti sarebbero stati in collegamento con telefonini satellitari con i vertici della LeT. Uno degli assalitori, catturato vivo e poi condannato a morte (e impiccato nel 2012), avrebbe anche confessato il coinvolgimento del gruppo jihadista pachistano. Alla dura reazione di New Delhi, Islamabad ha risposto che "il caso dell'attacco di Mumbai è all'attenzione della giustizia pachistana" e che "i ritardi della magistratura indiana nel cooperare nell'inchiesta ha complicato la vicenda e indebolito l'accusa". Il portavoce governativo indiano Syed Akbaruddin ha accusato il Pakistan di usare due pesi e due misure relativamente al terrorismo, riferendosi al pugno di ferro contro i militanti islamici deciso dal presidente Nawaz Sharif dopo la strage alla scuola militare di Peshawar. (ANSA)

martedì 7 aprile 2015

Marò/ Italia chiede altri tre mesi di permesso per Massimiliano Latorre

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A pochi giorni dalla scadenza dei tre mesi di convalescenza concessi al marò Massimiliano Latorre, l'Italia ha deciso di chiedere una nuova proroga del permesso sanitario, verosimilmente di tre mesi secondo indiscrezioni della stampa indiana. La richiesta sarà presentata giovedì prossimo alla Corte Suprema indiana. Stamane i giudici della terza sezione hanno accettato un'istanza avanzata del legale Soli Sorabjee di mettere in calendario un'udienza nella quale sarà presentata la richiesta di proroga. Il pubblico ministero indiano (P.L. Narasimha) non ha opposto alcuna obiezione. In aula era presente il neo ambasciatore d'Italia a New Delhi, Lorenzo Angeloni, che come il suo predecessore Daniele Mancini sta seguendo da vicino tutte le tappe della complessa vicenda giudiziaria. La durata del nuovo permesso che sarà richiesto ai giudici, rivela l'agenzia di stampa indiana Ians, sarebbe di altri tre mesi. La richiesta è corroborata da una documentazione medica composta, in particolare, da referti dei sanitari dell'Ospedale militare di Taranto secondo cui "Latorre deve continuare una intensa terapia riabilitativa nel suo ambiente familiare al fine di facilitarne un completo recupero". Il 14 gennaio scorso la Corte Suprema aveva concesso a Latorre di stare altri tre mesi in Italia per proseguire il trattamento terapeutico previsto dopo l'ictus che lo aveva colpito a fine agosto. L'estensione era stata sostenuta dallo stesso governo indiano. In quella occasione, i legali del marò avevano consegnato una nuova garanzia scritta firmata dall'ambasciatore Mancini in cui l'Italia si era impegnata a rispettare la scadenza dei tre mesi per il rientro di Latorre. Il militare, che insieme al collega Salvatore Girone si trova in libertà provvisoria dietro cauzione con l'accusa di aver ucciso due pescatori indiani, era stato ricoverato il 31 agosto in seguito a un ictus cerebrale. I suoi legali avevano poi chiesto alla Corte Suprema l'autorizzazione a rientrare in Italia per la convalescenza. Il 12 settembre i giudici avevano quindi autorizzato Latorre "ad andare in Italia per cure mediche, riabilitazione e proseguimento della convalescenza per un periodo di quattro mesi" a partire dal giorno della sua partenza. E' difficile azzardare previsioni, ma è ipotizzabile che il funzionamento del canale diplomatico italo-indiano, la cui esistenza è stata confermata di recente anche da New Delhi, faciliterà il buon esito della richiesta di rinnovo del permesso per il militare pugliese. Se invece dai giudici dovesse arrivare un 'niet' - ma questo scenario è davvero poco probabile - si aprirebbe una nuova crisi che pregiudicherebbe il lavoro negoziale fatto finora con l'esecutivo di Narendra Modi. Qualche giorno fa, i parlamentari e responsabili della consulta sicurezza di Forza Italia, Maurizio Gasparri e Elio Vito, hanno chiesto che Latorre non rientri in India. E oggi Gasparri ha rinnovato l'appello, accusando il governo Renzi "di essere incapace e in ginocchio davanti all'India". Non solo, lo stesso parlamentare azzurro ha annunciato la richiesta domani in Commissione di chiarimenti sul ruolo del sottosegretario con delega ai servizi Marco Minniti e delle "mortificazioni che sta subendo in un presunto negoziato che starebbe conducendo con l'India". Stando alle ultime informazioni disponibili, che sono poche, dato il riserbo assoluto di Roma, gli esperti legali del governo indiano sono ancora al lavoro per esaminare la "proposta" italiana presentata lo scorso anno e trovare una via di uscita all'aggrovigliata vicenda giudiziaria entrata in un vicolo cieco dopo le nuove indagini affidate alla polizia antiterrorismo Nia. Una proroga del permesso a Latorre, e quindi il congelamento dello status quo, permetterebbero di avere ulteriore tempo per eventuali negoziati extragiudiziari. Nel frattempo il ricorso alla Corte Suprema sulla competenza della polizia Nia ad indagare sul caso non è ancora stato calendarizzato e per ora non ci sono indicazioni di quando potrebbe accadere. E finché il massimo organo giudiziario non si pronuncia, l'avvio del processo presso il 'tribunale ad hoc' (prossima udienza il 1ø luglio) è di fatto bloccato. Una situazione kafkiana dato che la polizia Nia non ha ancora presentato neppure i capi di accusa.