domenica 13 gennaio 2008

Missione di Singh a Pechino, India e Cina ancora divise su disputa confini

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Nonostante gli scambi commerciali che l’anno scorso hanno registrato un aumento del 50%, India e Cina continuano a guardarsi con sospetto. L’annosa questione della delimitazione del confine di oltre 4 mila chilometri che taglia in due la catena dell’Himalaya rimane ancora irrisolta e, secondo alcuni commentatori indiani, la missione di Manmohan Singh, in corso a Pechino, non porterà a molti passi in avanti. Le prime esercitazioni militari congiunte che si sono tenute a dicembre nella provincia dello Yunnan non ha dissipato la diffidenza reciproca dei due eserciti che nel 1962 hanno combattuto una miniguerra di frontiera. I due giganti asiatici rivendicano ampie porzioni di territorio e non hanno mai smesso di avanzare pretese sulla base di diritti acquisiti nel periodo coloniale britannico. Pechino, per esempio, non riconosce l’intero stato indiano dell’Arunachal Pradesh, nel nord est, incassato tra Bhutan e Tibet. Le trattative sulla linea di demarcazione conosciuta come “Line of Actual Control” sono iniziati nel 2003 e nonostante numerosi round di negoziati, non sono mai arrivati a tracciare una mappa che possa mettere fine alle dispute territoriali.
Sul confine permane anche una certa tensione militare. In un’intervista televisiva, alla vigilia della partenza di Singh, il ministro degli esteri Pranab Mukerjee ha ammesso che “qualche volta si sono verificate incursioni cinesi oltre la Line of Actual Control”. Anche se non ci sono state ripercussioni dal punto di vista pratico, nel senso che non c’è stata una reazione militare da parte indiane, “è difficile ignorarle”. Negli ultimi due anni si sono registrate circa 300 intrusioni di militari cinesi sia nel settore orientale del Sikkim e Arunachal Pradesh, che nell’Uttaranchal Pradesh e nell’estremità occidentale intorno al grande lago Pangkok Tso in Ladakh.
Il governo di Nuova Delhi è estremamente cauto a non irritare il potente vicino, ma negli ambienti diplomatici si avverte una certa preoccupazione per lo sviluppo di infrastrutture oltre frontiera nella regione autonoma del Tibet. Il ministro Mukherjee ha ammesso anche che i cinesi “hanno una superiorità infrastrutturale in termini di strade, elettricità e altri servizi di trasporto”. L’India sta cercando di colmare il divario con un piano di opere pubbliche nelle regioni himalayane, ma il ritardo accumulato è enorme. Il supertreno cinese, inaugurato nel 2006, che va fino a Lhasa, è un esempio di come Pechino intende espandere la sua influenza all’interno del suo territorio fino al confine indiano e in particolare sull’altipiano tibetano dove è in corso una massiccia “sinesizzazione”. Gli indiani sono anche preoccupati dal vasto potenziamento dell’arteria autostradale della Karakoram che collega il Pakistan, “alleato” di Pechino, lungo i picchi del K2. Un altro elemento “irritante” è la presenza del Dalai Lama e del governo tibetano in esilio nella località montana indiana di Dharamsala dal 1959. Di recente Nuova Delhi ha mostrato una certa “freddezza” nei confronti della causa tibetana. Quando agli inizi di novembre il settantaduenne Premio Nobel per la Pace è ritornato in India dopo la consegna della Medaglia d’Oro da parte del Congresso americano, i ministri sono stati invitati a non partecipare alle celebrazioni perché “non erano conformi con la politica estera del governo”.

giovedì 10 gennaio 2008

LA TATA CE L'HA FATTA, GLI INDIANI AVRANNO UNA QUATTROPOSTI DA 2500 DOLLARI


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“Una promessa è una promessa”. Quattro anni dopo Ratan Tata, l’uomo simbolo dell’industria indiana, ha vinto la sfida. E’ riuscito a produrre l’automobile più a buon prezzo del pianeta. Erano stati i giornali indiani a soprannominare “one lakh car” il prototipo che i giovani ingegneri della Tata stavano sviluppando negli stabilimenti di Pune. Un “lakh”, ovvero 100 mila rupie, al cambio attuale circa 2500 dollari, sono all’incirca un anno di stipendio per un operaio. Pochi credevano che la Tata sarebbe riuscita a mantenere il prezzo prefissato. E soprattutto non lo credevano i concorrenti che ora si stanno buttando nella corsa dello low cost. Osama Suzuki solo due anni fa aveva detto che la “one lakh car non era realizzabile”. Questa frase è stata ricordata a caratteri cubitali sullo schermo tridimensionale dove stamattina è avvenuta la presentazione alla presenza di oltre mille giornalisti che hanno fatto la ressa per avere un posto in prima fila.
Il “Giovanni Agnelli” indiano, che in conferenza stampa dopo ha detto di essere stato “traumatizzato” dall’assalto mediatico (“sono una persona timida”) ha lanciato la sua creatura, battezzata “Nano” con uno spettacolo multimediale degno di Bill Gates. Ha tracciato una storia della famiglia e poi ha mostrato una famiglia media indiana su uno scooter, con due bambini piccoli, e ha detto di “volere dare agli indiani un mezzo più sicuro di trasporto”. Paradossalmente la “people car”, l’auto del popolo, sembra quasi avere più una funzione sociale, che quella di aumentare i profitti del colosso indiano che sta per comprare la Jaguar e Land Rover. “Abbiamo concepito questa auto per le masse indiane, non sono quelle delle città, ma soprattutto dell’India delle campagne dove la connettività è determinante per favorire lo sviluppo”. Il ministro del commercio Kamal Nath, presente tra la platea dell’Autoexpo , (dove era seduto anche il manager della Fiat Alfredo Cantavilla) ha dichiarato che la mini car “soddisfa le aspirazioni di un miliardo e 100 milioni di indiani”.
Il team della Tata non si è pronunciato sulla data esatta della commercializzazione, prevista per la seconda metà di quest’anno. “Ci sono ancora dei piccoli problemi da risolvere – ha detto il presidente – ma quella che vedete qui non è un prototipo, è una macchina pronta per la produzione”. L’utilitaria uscirà dallo stabilimento di Singur, nel Bengala Occidentale, che è stato teatro di sanguinosi scontri per via degli espropri agricoli. “La scelta del Bengala Occidentale è stata abbastanza insolita, ma abbiamo voluto così promuovere l’industrializzazione anche di un area marginale come il nord est”. La capacità attuale dello stabilimento è di 250 mila unità annue con una possibilità di arrivare a 350 mila. A chi gli chiedeva, in conferenza stampa, se non si sentiva responsabile di aumentare l’inquinamento e di congestionare ulteriormente le metropoli indiane, ha risposto con una domanda: “dobbiamo negare alle famiglie indiane di avere un mezzo privato di trasporto?”. Ha poi sottolineato la cronica carenza e inadeguatezza delle infrastrutture viarie in India, un “problema che deve essere urgentemente affrontato”. Ha poi aggiunto che non pensa di vendere “milioni” di mini car, “non abbiamo le capacità per farlo”, ma non ha indicato nessun target di vendita. “Noi abbiamo fatto del nostro meglio, adesso aspettiamo il verdetto dei consumatori che dovranno giudicare”. Nulla di definito anche sull’ipotesi di esportare la Nano. “Per i prossimi due anni l’India sarà il nostro mercato di riferimento” ha chiarito aggiungendo che “la mini car sarà pronta a soddisfare tutti i requisiti di sicurezza ed ecologici nel caso in cui raggiunga il mercato occidentale”. Ricordando il legame con Fiat, “una meravigliosa alleanza” non ha escluso in futuro la possibilità di un marketing comune in altri Paesi attraverso la rete di concessionari come già sta avvenendo oggi per le auto Tata e la Palio”. “Ognuno di noi è completamente indipendente di sviluppare o vendere i propri prodotti ovunque – ha detto – se ci sarà qualche convenienza di unire le forze in certi mercati, lo si farà”.
Dal punto di vista tecnico, il motore a due cilindri della Tata Nano è di 623 cc, catalittico e soddisfa il criterio di Euro 4. Dal punto di vista del consumo è abbastanza efficiente: 20 km con un litro. Ha quattro posti e una linea ultramoderna disegnata dagli italiani dello studio Idea che hanno già firmato la Tata Indica, ma “c’è stata una maggiore collaborazione del nostro staff interno per abbassare i costi”. Si presenta in sette versioni, tra cui una delux con l’aria condizionata.

mercoledì 9 gennaio 2008

Pininfarina vuole aprire un centro di design in India

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L’India non è solo un serbatoio di cervelli per Pininfarina, ma potrebbe ospitare in futuro anche un centro di design industriale per la nascente industria automobilistica. Secondo una notizia riportata dal quotidiano Economic Times, il gruppo italiano avrebbe intenzione di stabilire un “global hub” in India tra i prossimi due e cinque anni.
Di recente Pininfarina ha avviato un’alleanza con la ICML (Indian Car and Motors Ltd), società di design che fa capo al produttore di trattori Sonalaika, per sviluppare una famiglia di “world car” destinate all’India e ad altri Paesi emergenti. In particolare le due società stanno lavorando a un progetto di un SUV (Sport Utilità Vehicle) e di un’autovettura di lusso.
Citando il consulente Roney Simon, il quotidiano indiano riferisce che la storica carrozzeria italiana “famosa per i suoi modelli di Ferrari e Maserati” avrebbe preso contatti con le principali case automobilistiche indiane e “starebbe pensando di espandere le sue operazioni nel subcontinente”. Il gruppo di Sergio Pininfarina aveva firmato lo scorso febbraio durante la missione di Romano Prodi un accordo con il National Institute of Design (NID), il vivaio dei talenti indiani, per una serie di attività congiunte nel centro di design di Torino e nel campus NID di Ahmedabad, nello stato del Punjab.

India, Fiat vuole vendere 70 mila auto nel 2010


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"Da oggi la Fiat si mette in gioco sul mercato> indiano". Con queste parole Alfredo Altavilla, giunto> al salone dell'Auto di Nuova Delhi al posto dell'a.d.> Sergio Marchionne, influenzato, ha annunciato il piano> per rilanciare un marchio che in India e' ancora molto> popolare, nonostante il crollo delle vendite degli> ultimi anni. Al fianco di Ravi Kant, direttore di Tata> Motors, il partner indiano nella joint venture> lanciata lo scorso anno, Altavilla ha presentato alla> stampa quattro nuovi modelli che saranno sulle strade> indiane entro la fine dell'anno. Si tratta della Linea> e della Grande Punto, che uscirano dal mega> stabilimento di Ranjangaon riaperto con l'aiuto> finanziario di Tata, e della Cinquecento e Bravo, che> saranno invece importate a pezzi e assemblate. > A chi gli ha chiesto di fissare un target di vendita,> Altavilla ha dichiarato di voler arrivare a 70 mila> vetture nel 2010. Un obiettivo ambizioso se si pensa> alle 2800 unita' (in maggior parte Palio) vendute> l'anno scorso nonostante l'avvio della rete comune di> concessionari (che sono ora arrivati a 65). "La> strategia della Fiat si basa essenzialente sul> prodotto, ma anche sulla nuova rete di vendita e su> una campagna di marketing che coivolgera' testimonial> indiani di primo piano - ha detto il manager del> Lingotto che piu' volte ha lodato il partner Tata> Motors " perche' ci ha aiutati a diventare piu'> efficenti e credibili che nel passato". La Linea,> presentata al Salone con uno spettacolo di danza> classica, ha fatto il suo debutto circa un anno fa al> Motor Show di Istanbul e si presenta in India come un> auto di medio livello che puo' prendere il posto della> vecchia Palio, la "world car" che ha ormai dieci anni> sulle spalle e che in India non e' mai riuscita a> sfondare soprattutto per la mancanza di una adeguata> rete di assistenza post vendita. "Vogliamo replicare> in India il successo che abbiamo registrato in Brasile> - ha detto Altavilla che riconosce le enormi> potenzialita' del mercato indiano. "Questo Salone mi> ricorda quello di Shangai nel momento in cui il> mercato cinese stava per esplodere. C'e' la stessa> effervescenza ed entusiamo". Dall'unita' di> Ranjangaon, in Maharastra, (che puo' produrre a> regime 130 mila auto e 200 mila motori all'anno)> uscira' tra pochi mesi anche la Palio con motore 1,3> Multijet. Lo stabilimento, che ha richiesto un> investimento congiunto di 650 milioni di dollari,> produce attualmente solo le Palio, ma in futuro e'> prevista anche una linea per nuove generazioni di> modelli Tata. > Per ora non ci sarebbero progetti di sviluppare o> costruire insieme nuove vetture. La Tata sara'> impegnata nel lancio della "people car", che sara' la> protagonista di questo car show. Il patron di Ratan> Tata togliera' il velo dalla prima "low cost" del> mondo domani sotto gli obiettivi della stampa> mondiale. Dalla Ford alla Renault si e' innescata una> corsa a disegnare le mini car che motorizzeranno> l'India e anche l'intera Asia. La Fiat, che non ha> nessun tipo di coinvolgimento nella auto da 100 mila> rupie (2500 dollari), per ora non sembra interessata a> mettersi in gara. "Porteremo la Cinquecento in India> perche' e' un simbolo del nostro marchio, ma I prezzi> saranno simili a quelli europei e si tratta di un> prodotto completamente differente dalla mini car della> Tata".

lunedì 7 gennaio 2008

Delhi, animalisti sequestrano cobra a incantatore di serpenti


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Tempi duri per gli incantatori di serpenti di Nuova Delhi dopo una nuova offensiva delle associazioni animaliste per proteggere i cobra e gli altri rettili in via di estinzione. Nonostante una legge del 1972 vieti il possesso o la vendita di specie di flora e fauna protette, il tradizionale spettacolo del cobra che esce dalla cesta di vimini al suono del flauto è ancora abbastanza popolare soprattutto nelle destinazioni turistiche come il Rajasthan. Gli incantatori di serpenti in India appartengono a una casta sociale, i Sapera, e il loro mestiere ha un risvolto religioso essendo il serpente sacro per il dio Shiva.
Con l’emergere delle moderne metropoli e di una nuova sensibilità ecologica, questo residuo di India alla Kipling è destinato alla disoccupazione. Lo dimostra il “sequestro” di rettili avvenuto nel finettimana in un’area residenziale di Nuova Delhi e riportato con enfasi da alcuni quotidiani nazionali. Due cobra, un boa, un “rat snake” e un “diadem snake” sono stati sottratti a due incantatori che si erano avventurati nel ricco quartiere di Vasant Vihar, nel sud della capitale, dove vivono molti stranieri ed esponenti della middle class indiana. L’autore del blitz è l’organizzazione non governativa “Animal Savior” allertata da un anonimo cittadino che aveva notato due incantatori aggirarsi per il rione con il loro carico. “Fingendo di essere un cliente interessato a comprare un esemplare - racconta Gautam Grover dell’ong – ho chiesto di vedere i serpenti e poi ho minacciando di chiamare la polizia. A quel punto l’incantatore è fuggito lasciandomi le ceste”. I rettili sequestrati erano in pessime condizioni a causa dei maltrattamenti subiti alla dentatura e alle ghiandole che contengono il veleno. Costretti a subire i rigori dell’inverno del nord dell’India quando invece dovrebbero restare in letargo “le loro possibilità di sopravvivenza erano remote” secondo un esperto interpellato dall’ong che sconsiglia anche la gente a non “incoraggiare” gli spettacoli.

mercoledì 2 gennaio 2008

Sri Lanka da il colpo di grazia alla pace

In onda su Radio Svizzera Italiana

Il governo di Colombo ha dato ieri il colpo di grazia al processo di pace con i ribelli delle Tigri Tamil avviato nel 2002 grazie alla mediazione norvegese. Il consiglio dei ministri ha deciso di ritirare l’accordo di cessate il fuoco che da un paio di anni esisteva ormai solo più sulla carta. Secondo la procedura una parte deve informare due settimane prima il ministro degli esteri norvegese dell’intenzione di abbandonare la tregua.
L’ultimo fallimento delle trattative nell’ottobre del 2006 aveva fatto riesplodere il ventennale conflitto etnico-religioso tra la maggioranza cingalese e i ribelli tamil. Con una serie di offensive militari, l’esercito di Colombo aveva riconquistato alcune roccaforti dei separatisti nel nord est dell’isola. I piani del presidente Mahinda Rajapaksa, un falco alleato del potente clero buddista, prevedono ora di ri prendere il controllo anche del nord dove è concentrata la maggior parte della minoranza tamil. La scorsa settimana un portavoce del ministro della difesa aveva definito l’accordo di tregua una “barzelletta” e aveva detto che non c ’era più nessuna intenzione di venire a patti con un’organizzazione terrorista come quella delle Tigri Tamil, dichiarata fuorilegge anche dall’Unione Europea. A provocare la decisione del governo è stato il sospetto attentato di ieri ad un bus militare a Colombo che ha causato cinque morti, secondo la polizia. Per rappresaglia i militari hanno bombardato alcune postazioni nel nord, secondo un copione di una guerra civile che dopo il fallimento diplomatico norvegese è ormai ignorata dall’intera comunità internazionale.

Pakistan chiede aiuto a Scotland Yard per risolvere giallo dell'uccisione di Benazir

Sulla Radio Vaticana

Una settimana dopo la morte di Benazir Bhutto, il governo di Islambad ha chiesto aiuto al Regno Unito per risolvere il giallo del suo assassinio e anche allentare la tensione con il Partito Popolare Pachistano che si prepara alle elezioni generali rinviate al prossimo 18 febbraio. Un team di Scotland Yard sara’ inviato immediatamente per avviare l’inchiesta che era stata suggerita dallo stesso partito della Bhutto all’indomani dell’attentato di Rawalpindi attribuito dal governo ai militanti di Al Qeda.
Le autorita’ avevano detto inoltre che l’ex premier era morta per frattura cranica secondo un misterioso referto medico, ma un filmato del corteo e diverse testimonianze indicano invece che sarebbe stata colpita al collo da proiettili sparati prima dell’esplosione innescata da un sospetto kamikaze e che ha ucciso anche ventina di guardie del corpo che proteggevano il convoglio della leader.
Il rinvio delle elezioni e’ stato criticato da Asif Ali Zardari, marito della Bhutto nominato a capo del PPP insieme al figlio diciannovenne Bilawal. Ma il partito prendera parte al voto, originariamente previsto per l’8 gennaio e che e’ considerato cruciale per la continuazione del processo democratico in Pakistan.