lunedì 7 luglio 2008

Attentato ambasciata indiana a Kabul: perchè l'India è nel mirino

Su Apcom
Non è la prima volta che l’India è vittima di attentati in Afghanistan. Circa tre mesi fa un presunto kamikaze si è fatto esplodere in un cantiere stradale uccidendo due lavoratori indiani e pochi giorni dopo un altro operaio è stato sequestrato a Herat.
Subito la caduta del regime talebano il governo di Nuova Delhi è stato uno dei primi Paesi a riallacciare i rapporti con Kabul. Oggi l’India è il maggiore donatore regionale con oltre 850 milioni di dollari investiti in progetti infrastrutturali, come scuole, ospedali, centrali elettriche e nell’addestramento della polizia e dei funzionari statali. Per esempio l’India ha costruito la sede del Parlamento, fornito i primi aerei alla compagnia di bandiera afgana Ariana e anche alcuni autobus per il sistema di trasporto pubblico a Kabul. Ha anche sponsorizzato la realizzazione di servizi igienici “ecologici” sempre per la capitale.
In Afghanistan lavorano circa 4 mila indiani. Dopo una serie di attentati e rapimenti, il governo indiano ha inviato 200 soldati esclusivamente per garantire la sicurezza ai cantieri.
Le relazioni tra i due Paesi sono sempre state molto solide, con l’eccezione dell’intervallo dal 1996 al 2002 quando Delhi sosteneva l’Alleanza del Nord evidentemente in opposizione al rivale Pakistan che invece sponsorizzava il regime talebano. Ci sono anche dei legami culturali dovuti alla grande popolarità dei film di Bollywood e alle importazioni indiane di pietre preziose, scialli e frutta secca afghana.
Dopo l’11 settembre e la svolta filoamericana di Pervez Musharraf, la diplomazia indiana è stata interessata anche una politica di “contenimento” del Pakistan che oggi gode di una sorta di “egemonia commerciale” sull’Afghanistan in quanto tutte le merci devono per forza passare dal suo territorio. Occorre anche aggiungere che l’India - affamata di idrocarburi per mantenere il suo tasso di crescita - vede oggi l’Afghanistan come la porta d’ingresso per le risorse energetiche dell’Asia Centrale. In discussione c’è in particolare il progetto di oleodotto dal Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India (cosiddetto TAPI) che potrebbe essere un’alternativa a quello Iran, Pakistan, India, fortemente osteggiato dalla Casa Bianca.
La crescente influenza indiana in Afghanistan ha creato non poca irritazione per il Pakistan che accusa Nuova Delhi di “usare” i suoi quattro consolati, soprattutto quelli nel sud, per istigare la ribellione e atti sovversivi nel Baluchistan e nelle aree di confine.
Anche la questione irrisolta del Kashhmir contribuisce a fare dell’India un obiettivo privilegiato dei gruppi integralisti attivi sia in Afghanistan che in Pakistan sul versante orientale dove la disputa kashmira rimane sempre un punto caldo nonostante il cessate il fuoco siglato nel 2003 che ha portato al disgelo delle relazioni indo-pachistane.

giovedì 3 luglio 2008

India semiparalizzata per sciopero dei camionisti

In onda su Radio Svizzera
Rischia di mettere in ginocchio l’intero Paese l’agitazione a tempo indeterminato proclamata da 5 milioni di camionisti indiani contro il rincaro del carburante. Il blocco del trasporto pesante è iniziato alla mezzanotte di martedì e ha già provocato disagi per i consumatori delle metropoli dove sono rincarati i prezzi di alcune derrate alimentari. Allo sciopero, indetto dall’associazione di categoria nazionale, non hanno aderito dieci stati indiani, ma le conseguenze sono tuttavia pesanti per il trasporto commerciale che per il 75% avviene su gomma. Solo a Calcutta ogni giorno entrano 10 mila camion per rifornire la città.
Gli autotrasportatori protestano contro il caro gasolio, aumentato del 10% il mese scorso e anche contro l’imposizione di pedaggi su alcune arterie stradali importanti. Chiedono al governo sostegni economici e la riduzione dell’aggravio fiscale. Ma per l’esecutivo del premier Manmohan Singh, che il prossimo anno affronta le elezioni generali, è un momento delicato per via dell’inflazione galoppante, che lo scorso mese ha superato l’11 per cento. Nel 2004 un analogo sciopero selvaggio dei camionisti ebbe conseguenze negative sul tasso di crescita nazionale.

mercoledì 2 luglio 2008

Accordo nucleare India-Usa alla stretta finale

In onda su Radio Svizzera Italiana
Dopo due anni di tira e molla l’ accordo di cooperazione indo americano sul nucleare civile, è arrivato in questi giorni alla stretta finale. Il primo ministro Manmohan Singh, vuole a tutti costi presentarsi al G8 di Tokio del 7 luglio con il patto pronto per essere firmato dalle grandi potenze nelle sedi dell’Agenzia Internazionale Atomica e nel Club dei Paesi Fornitori di Tecnologia nucleare. L’accordo riconosce all’Iindia lo status di potenza nucleare e le assicura una nuova risorsa energetica fondamentale per la sua crescita. Fortemente sostenuto dalla leader Sonia Gandhi, il premier indiano intende tenere la linea dura contro gli alleati comunisti che si oppongono all’accordo in quanto lesivo dell’índipendenza delprogramma atomico nazionale, anche se la parte militare rimarrebe segreta. Singh ha già minacciato le dimissioni ed è anche è pronto ad andare alle elezioni anticipate in un momento di calo dipopolarità a causa dell.inflazione galoppante. I partiti comunisti che hanno 59 seggi, non sembrano cedere. Il leader Prakash Karat potrebbe ritirare l’appoggio da un momento all’ltro. Anche se tecnicamente non cadrebbe il governo, peró lo renderebbe in balia dei partiti regionali minori. Interessati a sbloccare lo stallo non sarebbe solo gli Stati Uniti, ma anche le altre potenze nucleari come Francia e Russia interessate a esportare in India combustibile e tecnologia nucleare. Sull’accordo, fortemente voluto da Bush, si gioca anche la credibilità della politica estera indiana e le stesse relazioni politiche ed economiche con Washington.
Da ND MGC

domenica 29 giugno 2008

Shimla perde la battaglia contro le scimmie


Su Apcom

Shimla - Uno degli articoli più richiesti a Shimla in questi giorni è un bastone di bambù con cui difendersi dai macachi. Orde di scimmie hanno di nuovo invaso la località himalayana dell’Himachal Pradesh, famosa per essere stata la capitale estiva del Raj britannico durante la dominazione coloniale. In queste settimane di vacanze scolastiche, le vie pedonali di questa “Cortina d’Ámpezzo” indiana, sono piene zeppe di famiglie fuggite alla calura di Nuova Delhi e delle pianure del Punjab. Lanciandosi dai tetti e dagli alberi le scimmie attaccano i vacanzieri rubando macchine fotografiche, borsette e perfino occhiali. Per gli albergatori, ambulanti e i residenti è un vero e proprio. Alcuni per difendersi hanno recintato i balconi e terrazze con reti metalliche.
Da ormai molti anni il governo dell’Himachal Pradesh sta combattendo una dura battaglia per ridurre il numero dei prolifici animali o almeno contenerli fuori dalle mete turistiche, ma finora senza successo. L’ultimo fallimento riguarda la costosa campagna di sterilizzazione, criticata dagli animalisti come Maneka Gandhi , la cognata di Sonia Gandhi, la leader del Congresso, e anche sua rivale politica.
E’ notizia di pochi giorni fa che alcune delle 1300 femmine che l’anno scorso erano state catturate e operate, sono ora di nuovo incinte. ‘Ci sono state delle mancanze nel programma di sterilizzazione.’ ha ammesso ad un’agenzia di stampa indiana Lalit Mohan, uno dei responsabili della campagna che aveva richiesto la presenza di esperti “accalappiascimmie”.
Anche il tentativo di trasferire i macachi nelle foreste non è andato a segno perchè per sfamarsi le povere bestie erano costrette a saccheggiare i frutteti che sono una delle principali risorse dello stato himalayano famoso per le sue mele e pesche. Un paio di anni fa centinaia di scimmie erano state “regalate” al Tajikistan che ne aveva bisogno per i suoi zoo e parchi naturali. Secondo gli esperti nello stato ci sarebbero centinaia di migliaia di scimmie. ‘A causa della deforestazione, le scimmie hanno lasciato il loro habitat naturale - spiega un responsabile dell’ufficio foreste dell’Himachal Pradesh - per riversarsi nelle città turistiche come Shimla e Rampur”’ dove trovano cibo soprattutto in prossimità dei templi di Hanuman, il dio-scimmia degli induisti che rappresenta la saggezza e devozione.

domenica 22 giugno 2008

Ambasciatore Antonio Armellini: "Senza l'India non si può più esistere"

Su Apcom
Negli ultimi quattro anni l’India è entrata prepotentemente sulla scena internazionale grazie a un tasso di crescita dell’8-9% che è tra i più alti al mondo. Rimangono però enormi contraddizioni interne che pesano come macigni sulle prospettive del suo sviluppo. “Parto con la convinzione che non si può più esistere senza l’India. E’ una realtà con cui bisogna fare i conti politicamente ed economicamente. Non è una potenza mondiale, ma un giorno forse lo sarà”. E tempo di bilanci per Antonio Armellini, da oltre 4 anni ambasciatore italiano a Nuova Delhi, che tra circa un mese lascerà il suo incarico dopo essere stato nominato dalla Farnesina come rappresentante permanente presso l’Ocse a Parigi. Il suo successore sarà Roberto Toscano, attualmente a capo della sede diplomatica di Teheran. In questa lunga intervista, Armellini traccia un quadro con molte luci e ombre sul complesso delle relazioni bilaterali, sugli investimenti italiani che sono ancora sottodimensionati, sulla difficoltà di un Paese che “si cerca di capire non capendolo”, sulle virtù dell’etica induista e sul fascino dei suoi monumenti tra cui spiccano i templi erotici di Khajuraho. Dal 2000 al 2005 l’interscambio è raddoppiato e con l’impennata del 43% dell’export registrata nell’ultimo anno fiscale, l’Italia ha quasi raggiunto la Francia nella classifica dei maggiori esportatori europei in India. Dal suo arrivo nell’aprile del 2004, la bilancia commerciale è passata da 2,6 a 6,3 miliardi di dollari. Un trend positivo che fa pensare che l’obiettivo dei 10 miliardi di dollari entro il 2010 fissato dal ministro del commercio Kamal Nath e dalla sua ex omologa Emma Bonino sia “a portata di mano”. “Ma c’è ancora molto da fare” avverte Armellini soprattutto sul fronte degli investimenti diretti che devono essere indirizzati nei due settori prioritari per il governo di Manmohan Singh, che sono l’agricoltura, l’eterna “cenerentola” indiana e la modernizzazione delle infrastrutture che richiederà una spesa di 350 miliardi di dollari nei prossimi 5 anni. Il fenomeno indiano è scoppiato con il Millennio, quando il mondo ha scoperto l’abilità ma soprattutto la convenienza degli ingegneri informatici di Bangalore. C’è voluta però la visita dell’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel 2005 a collocare l’India nel radar della Farnesina puntato fino allora solo sulla Cina. “L’arrivo di Ciampi segna un rovesciamento del cono dell’indifferenza reciproca” – spiega l’ambasciatore ricordando l’andamento sinusoidale dei rapporti italo-indiani che risalgono alla prima fase dell’industrializzazione indiana dall’Indipendenza fino agli anni Settanta. “Pensiamo alla Lambretta della Piaggio o agli impianti di urea della Snam Progetti che hanno permesso l’autosufficienza agricola”. Nel febbraio del 2007 la missione di Romano Prodi e di tre ministri, accompagnati da una delegazione di 400 imprenditori, aggiunge un altro tassello alla costruzione di un “un quadro riferimento istituzionale che oggi è paragonabile a quello stabilito con i nostri maggiori partner commerciali”. Ma la partnership commerciale deve ancora rafforzarsi soprattutto sul fronte degli investimenti diretti “in cui esiste una debolezza strutturale dell’Italia”. Ci sono tuttavia “segnali di correzione positiva”. L’anno scorso il flusso di FDI (Foreign Direct Investments) ha segnato un balzo del 56% (più 80% nei primi tre mesi del 2008), ma sono ancora la metà di quelli francesi. “In Italia si guarda solo all’accordo Tata, ma non è l’unico. Sono ritornati sulla scena tutti i grandi protagonisti della nostra industria. Ci sono stati investimenti di rilievo da parte di Generali, il raddoppiamento della fabbrica della Piaggio e il triplicamento di quella di Carraro. Poi c’è la Perfetti che vuole fare dell’India un hub per l’Asia sudorientale”. Ma se si guarda l’altra faccia della medaglia, “gli imprenditori italiani dovrebbero concentrarsi maggiormente nel settore agroalimentare e in quello delle infrastrutture dove è possibile accedere solo con una logica di consorzi, che purtroppo manca alle nostre imprese di costruzione”. Oltre il 40% delle esportazioni è composto da macchinari utensili, dove l’Italia gode di un grande vantaggio competitivo grazie ad aziende come Bonfiglioli, Carraro e Graziano Trasmissioni. “Tutti parlano di Armani, ma per quanto riguarda le macchine utensili per lavorazione della pelle, tessile, ferro, marmo e legno qui in India abbiamo smentito il mito della superiorità tedesca”. Tra le carenze delle imprese italiane, secondo Armellini, c’è però quella di avere una “percezione assolutamente falsata dell’India”, che per molti è ancora un “paese di straccioni” e in più c’è un fattore frenante dovuto a una certa “tendenza tutta italiana a lamentarsi delle strutture pubbliche senza però fare nulla per cambiarle”. Armellini respinge senza mezzi termini l’idea abbastanza diffusa che gli uffici commerciali delle ambasciate o gli uffici dell’Ice siano inadeguati e inefficienti. “Mi ricordo quando ero in Polonia – racconta - gli imprenditori si rivolgevano solo a me quando erano disperati ed era ormai troppo tardi. Quando chiedevo perché non erano venuti prima, mi rispondevano che era per sfiducia oppure perche temevano che facessi la spia alla Finanza. Questa diffidenza di fondo è all’origine della difficoltà delle imprese di servirsi delle strutture pubbliche, che hanno mille carenze e su questo non c’è dubbio, ma hanno bisogno di avere un riscontro per migliorare l’offerta del loro servizio”. Da qualche mese tuttavia si sono addensate dense nubi all’orizzonte della “speranza indiana”, per citare il libro di Federico Rampini (“dove è descritto un posto straordinario che si fa fatica a ritrovare appena si esce dall’aeroporto”). L’inflazione che ha toccato, proprio in questi giorni, il record dell’11 per cento a causa del caro benzina, potrebbe fortemente rallentare la crescita. A poco possono contribuire le previsioni ottimistiche di un buon raccolto dovuto all’arrivo anticipato del monsone. “L’obiettivo del 10 per cento di crescita mi sembra irragionevole – afferma - Penso invece che l’India possa mantenere un 7 per cento grazie alla potenza inespressa del mercato interno e al piano keynesiano di investimenti pubblici. Certo il Paese è ancora molto squilibrato sui servizi che rappresentano il 40 del Pil e che sono quelli più vulnerabili alla recessione mondiale. Penso però che il sistema economico indiano sia in grado di reggere a queste onde d’urto esterne”. C’è inoltre una marcia in più che l’India possiede ed è quella del “karma”, un concetto che impregna ogni classe sociale e che “garantisce una stabilità di fondo frenando l’ambizione personale. Per questo non credo tra i tanti problemi che l’India dovrà affrontare ci sarà quello di disordini o conflitti sociali. Nella classe media l’egoismo capitalistico convive con l’etica induista”. Guardando l’India con i nostri occhi da occidentali, si può inciampare in gravi errori di valutazione. Per esempio la guerra delle caste in Rajasthan non è “una rivendicazione rivoluzionaria”, ma si tratta di una "parte della società che vuole una diversa sistemazione all’interno di un ordine castale che nessuno di loro contesta. L’India si può permettere uno sviluppo squilibrato perché ha un tessuto sociale che garantisce la stabilità anche in presenza di fattori che per noi sono rivoluzionari”. “Temo invece un’instabilità sociale in Cina – aggiunge - se nei prossimi dieci anni non riuscirà a completare il processo di urbanizzazione delle campagne”. Negli ultimi anni a Nuova Delhi e a Bombay sono arrivate in massa i marchi simbolo del Made in Italy attirati dal potere di acquisto della nuova classe borghese che conta 80-100 milioni di consumatori in grado di permettersi una casa di proprietà, l’auto e le vacanze. Sono pronti a comprare anche i generi di lusso? “Assolutamente sì – afferma – perchè esiste una nuova domanda da parte di giovani ingegneri e professionisti che cominciano a vivere in famiglie mononucleari. Sono stato di recente a inaugurare un negozio di Corneliani che espone vestiti da 80 o 90 mila rupie (oltre i 1200 euro). Mi dicevano che c’è una forte richiesta non solo nelle metropoli, ma anche nelle città secondarie come Ludhiana o Chandigar”. Anche se qui in India l’argomento è tabù, la presenza della leader Sonia Gandhi è un elemento che non si può ignorare nelle relazioni indo-italiane. La leader del partito del Congresso e capo della coalizione di governo è una cittadina indiana a tutti gli effetti, ma nell’immaginario collettivo è sempre la ragazza piemontese che nel 1968 ha sposato Rajiv Gandhi. Le sue origini italiane sono costantemente soggette ad attacchi dell’opposizione e ogni suo rapporto con l’Italia è vagliato attentamente dalla stampa indiana affamata di particolari su una leader della cui privacy non si sa nulla. “Ho rapporti con lei come con tutti gli altri membri del governo indiano. Per me Sonia Gandhi è una cittadina indiana e se qualcuno pensa che possa essere una scorciatoia o un canale preferenziale si sbaglia di grosso” taglia corto Armellini che tra l’altro vanta origini britanniche da parte materna. Essendo quindi bilingue, la sua padronanza dell’inglese in un Paese anglofono gli ha dato un vantaggio in più nelle relazioni con la leadership indiana. “Sì è vero – ammette – essere un italiano di madre lingua inglese mi ha permesso di utilizzare un mio strumento che non porta lo stampo del dominio coloniale britannico”. L’India non era del tutto sconosciuta per il diplomatico che ricorda che “da universitario nel 1963 aveva girato l’Asia per sei mesi senza incontrare nessun italiano”. In India, “dove avevo dei legami familiari per via di mio nonno che ci ha abitato molti anni”, non erano ancora arrivati i Beatles, ma “io già conoscevo Ravi Shankar che qui era già popolare… Certo adesso ho corretto quell’immagine antica e ho maturato l’idea di un Paese molto più complesso di quanto la gente non pensi, in rapidissimo movimento e con contraddizioni che uno conosce solo dall’interno e cerca di capirle non capendole”. Nei quattro anni di permanenza numerosi sono stati i viaggi, anche nei due Paesi di competenza della sede diplomatica di Delhi, il Nepal e il piccolo Bhutan, ex regno con il quale non ci sono relazioni diplomatiche e “dove vive un’unica cittadina italiana che è la moglie del ministro degli esteri”. Sulle bellezze dell’India, Armellini scarta la natura che è “deludente, a parte il Ladakh”, mentre esalta il “costruito”. “Sono stato colpito dai monumenti indiani, intriganti e fascinosi, come i templi di Khajuraho “costruiti quando noi eravamo ancora chiusi nei conventi ad aspettare la fine del mondo”. Mentre non è stato sedotto dal fascino degli “ashram”, che invece attira moltissimi italiani. “Penso che la spiritualità indiana affascini più coloro che vengono qui a cercarla che coloro che ci abitano”.

giovedì 19 giugno 2008

Bashar al-Assad: "L'india può contribuire al dialogo e alla pace in Medio Oriente"


Su Apcom

“L’India gode di credibilità internazionale grazie al suo tradizionale supporto alla causa araba e alle sue buone relazioni con Israele” e può “giocare diversi ruoli” in favore della pace in Medio Oriente. Parlando davanti ai giornalisti, nel secondo giorno della sua visita a Nuova Delhi, il presidente siriano Bashar al-Assad ha di nuovo rivolto all’India un invito a contribuire alla stabilità e alla pace di una regione che è cruciale per la sua sicurezza energetica e anche per la presenza di una diaspora di 5 milioni di indiani. La diplomazia indiana può incoraggiare gli Stati Uniti a “prendere sul serio” il processo di pace e anche a svolgere un “ruolo diretto” nei negoziati come sta facendo ora la Turchia che un mese fa avviato il disgelo tra Siria e Israele. Il leader siriano ha rivolto il suo appello al premier indiano Manmohan Singh durante l’incontro di un’ora avvenuto ieri in cui è stata discussa anche la situazione in Iraq che continua a preoccupare Damasco. “La disintegrazione dell’Iraq potrebbe avere un effetto domino in tutta l’Asia” ha ricordato al-Assad aggiungendo che tutto dipenderà dalla futura amministrazione americana. Si è detto però molto ottimista sui recenti sviluppi per quanto riguarda il dialogo tra palestinesi e Israele e la crisi in Libano. “Un mese fa sarei stato molto più pessimista” ha dichiarato durante l’incontro con la stampa indiana che si è tenuto in un hotel della capitale.
In qualità di presidente di turno della Lega Araba ha poi assicurato l’appoggio all’aspirazione dell’India di entrare come membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu quando sarà riformato.
Era dal 1978 che un presidente siriano - allora era il padre Hafez al-Assad - non si recava a Delhi per una visita ufficiale. Durante gli incontri di ieri sono stati siglati anche tre accordi bilaterali. Al-Assad è accompagnato dalla moglie Asma, che è a capo dell’organizzazione non governativa Firdos (Fund for Integrated Rural Development of Syria) e che ha visitato una della numerose baraccopoli alla periferia della metropoli indiana.
La missione, che vede anche una tappa nel polo tecnologico di Bangalore, è dedicata anche a rafforzare le relazioni economiche che sono sottodimensionate con un interscambio di “appena” 500 milioni di dollari. Parlando davanti ieri alla CII, la Confindustria indiana, il presidente siriano ha invitato gli indiani a formare joint venture nel settore agricolo, minerario, energetico, informatico e della formazione professionale. Il tasso di crescita dell’economia siriana è passato da meno dell’1 per cento nel 2000 al 6,6 per cento registrato nel 2007 grazie al processo di riforme e liberalizzazione degli investimenti.

domenica 15 giugno 2008

Il presidente siriano Bashar al-Assad arriva a New Delhi martedì

Su Apcom
Il presidente siriano Bashar al-Assad arriverà martedì a Nuova Delhi per la sua prima visita ufficiale in India che sarà dedicata a rafforzare le relazioni politiche e anche economiche, soprattutto nel settore dell’energia e dell’informatica. Erano oltre 20 anni che un leader di Damasco non si recava in India, un Paese tradizionalmente legato al mondo arabo, ma che negli ultimi ha notevolmente rafforzato i legami con Stati Uniti e Israele. Al-Assad, che sarà accompagnato dalla moglie e da tre ministri, incontrerà la leadership indiana al completo e poi visiterà il polo tecnologico di Bangalore, in particolare la sede dell’Isro (l’India Space and Research Organization), l’agenzia spaziale indiana che agli inizi di quest’anno ha lanciato in orbita per conto di Israele un sofisticato satellite spia che ha segnato il culmine dell’intesa militare tra i due Paesi.
Il presidente siriano, che ha un interesse speciale nell’IT, visiterà anche alcuni centri di eccellenza tra cui il National Informatics Center.
La visita coincide in un momento delicato per la Siria dove nei prossimi giorni si recheranno gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica per verificare il sospetto reattore nucleare di al Kibar.
In un’intervista al quotidiano “The Hindu”, Bashar al- Assad si è augurato che la nuova “potenza emergente indiana” possa contribuire a ristabilire un “equilibrio” nel processo di pace in Medio Oriente. Nuova Delhi potrebbe giocare un ruolo di mediatrice tra Siria e Israele e anche tra Israele e i palestinesi. Dal 1978, data della visita del padre, Hafez al-Assad scomparso otto anni fa, c’è stato un radicale cambiamento dell’assetto geopolitico in Asia. I due giganti di India e Cina sono chiamati oggi a svolgere un diverso ruolo nella riappacificazione e stabilizzazione dell’area mediorientale che è cruciale per il loro fabbisogno energetico. Nel dicembre del 2005 India e Cina, per la prima volta unirono le forze per sfruttare i giacimenti petroliferi siriani acquistando dalla compagnia Petro-Canada il 37 per cento delle quote di estrazione dei pozzi di al Furat.