Un tribunale speciale dello stato nord orientale Indiana del Gujarat ha condannato alla pena di morte 11 musulmani per aver dato alle fiamme un treno di
pellegrini indu' nella citta' di Godhra nove anni fa.
Nell'attentato morirono 59 persone. Altri 20 imputati sono stati
condannati all'ergastolo. Lo riferisce la televisione Cnn-Ibn.
Il 22 febbraio scorso, dopo un processo durato due anni, i
giudici della corte speciale di Ahmedabad avevano ritenuto
colpevoli di strage premeditata 31 persone, mentre altre 63
erano state assolte. Oggi e' stata decisa la pena.
La carrozza del treno Sabarmati Express, con a bordo un
gruppo di radicali indu' provenienti dalla citta' sacra di
Ayodhya (in Uttar Pradesh), era stato bloccata in una stazione
il 27 febbraio 2002 e data alle fiamme da una folla inferocita
di musulmani. Secondo la tesi della pubblica accusa, accolta dal
tribunale, l'assalto era stato pianificato la sera prima e
alcune taniche di benzina erano state portate sui binari con
l'intenzione di incendiare il treno. L'attacco scateno' una
sanguinosa e brutale vendetta contro la minoranza musulmana in
Gujarat, culminata con il massacro di 2 mila persone sotto gli
occhi indifferenti del governo locale
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martedì 1 marzo 2011
venerdì 1 ottobre 2010
Ayodhya, bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?
Dopo 60 anni di battaglie legali e una lunga scia di violenze, un tribunale indiano ha scritto oggi, con una sentenza salomonica, l'ultimo capitolo della storia di Ayodhya, la citta' dello stato settentrionale dell'Uttar Pradesh, simbolo del nazionalismo indu' e fonte di sanguinosissimi scontri con la minoranza dei 130 milioni mussulmani. Per tutto il pomeriggio l'India ha aspettato con il fiato sospeso il verdetto dell'alta corte di Allahabad che si doveva pronunciare sulla proprieta' del luogo sacro dove i ''saffron'', i radicali indu', demolirono a mani nude una moschea del XVI secolo. C'era la paura che nel nome di Ayodhya di nuovo potessero scoppiare i pogrom come quelli del Gujarat nel 2005. Spesso nella storia dell'India e' bastata una scintilla per far esplodere tensioni interreligiose che covano sotto la cenere e che improvvisamente diventano incontrollabili.
La sentenza della corte (che non si e' pronunciata all'unanimita', ma con una maggioranza di due giudici su tre) prevede una formula di compromesso. Il terreno conteso, nel centro di Ayodhya, ''la citta' costruita dagli dei'' come recitano i libri vedici, sara' diviso in tre parti uguali: tra gli indu' che vogliono costruire un grande tempio dedicato al dio Rama, un'associazione induista e l'ente mussulmano che rivendicava la proprieta' del sito dove c'era la moschea del 1528 costruita dall'imperatore mughal Babar. In attesa di tracciare le divisioni, il tribunale ha ordinato una moratoria di tre mesi in cui dovra' essere mantenuto lo status quo. La soluzione riconosce quindi il diritto degli indu' a pregare nello storico luogo sacro e, nello stesso tempo, non ''estromette'' del tutto i mussulmani, che sono i legittimi proprietari. Reagendo al verdetto, il ''falco'' del partito indu nazionalista del Bjp (Partito popolare indiano), L.K. Advani, che partecipo' alla demolizione della moschea, ha espresso soddisfazione e ha anche proposto una riconciliazione tra le comunita' religiose. ''Si apre un nuovo capitolo per l'integrazione nazionale e una nuova era per pacifiche relazioni tra le comunita' religiose'' ha detto in un comunicato letto stasera davanti alle telecamere delle tv indiane. Advani ha poi sottolineato che la corte ''ha riconosciuto chiaramente l'esistenza di rovine induiste'' preislamiche, che era quello su cui si battevano gli estremisti della destra indu' dell'Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh), considerato un movimento con tendenze fasciste.
Meno contenti, ma non del tutto delusi, i responsabili dell'autorita' mussulmana sunnita Wafq, che probabilmente presenteranno ricorso presso la Corte Suprema. C'e' quindi ancora la possibilita' che il massimo organo giudiziario riapra l'annosa controversia.
Fin dalla scorsa settimana, quando la Corte Suprema ha dato il via libera alla sentenza di oggi, il governo ha cercato di giocare in anticipo con ripetuti appelli alla calma, detenzioni preventive di sospetti facinorosi, dispiegamento di truppe nei luoghi ''caldi'' dell'Uttar Pradesh e perfino con il blocco degli sms collettivi sui telefonini. In diverse citta', scuole e uffici sono stati chiusi in anticipo e molti mercati sono rimasti deserti. Tensione palpabile anche a New Delhi, dove domenica si aprono i Giochi dei Commonwealth e dove c'e' massima allerta per la paura di attentati terroristici
La sentenza della corte (che non si e' pronunciata all'unanimita', ma con una maggioranza di due giudici su tre) prevede una formula di compromesso. Il terreno conteso, nel centro di Ayodhya, ''la citta' costruita dagli dei'' come recitano i libri vedici, sara' diviso in tre parti uguali: tra gli indu' che vogliono costruire un grande tempio dedicato al dio Rama, un'associazione induista e l'ente mussulmano che rivendicava la proprieta' del sito dove c'era la moschea del 1528 costruita dall'imperatore mughal Babar. In attesa di tracciare le divisioni, il tribunale ha ordinato una moratoria di tre mesi in cui dovra' essere mantenuto lo status quo. La soluzione riconosce quindi il diritto degli indu' a pregare nello storico luogo sacro e, nello stesso tempo, non ''estromette'' del tutto i mussulmani, che sono i legittimi proprietari. Reagendo al verdetto, il ''falco'' del partito indu nazionalista del Bjp (Partito popolare indiano), L.K. Advani, che partecipo' alla demolizione della moschea, ha espresso soddisfazione e ha anche proposto una riconciliazione tra le comunita' religiose. ''Si apre un nuovo capitolo per l'integrazione nazionale e una nuova era per pacifiche relazioni tra le comunita' religiose'' ha detto in un comunicato letto stasera davanti alle telecamere delle tv indiane. Advani ha poi sottolineato che la corte ''ha riconosciuto chiaramente l'esistenza di rovine induiste'' preislamiche, che era quello su cui si battevano gli estremisti della destra indu' dell'Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh), considerato un movimento con tendenze fasciste.
Meno contenti, ma non del tutto delusi, i responsabili dell'autorita' mussulmana sunnita Wafq, che probabilmente presenteranno ricorso presso la Corte Suprema. C'e' quindi ancora la possibilita' che il massimo organo giudiziario riapra l'annosa controversia.
Fin dalla scorsa settimana, quando la Corte Suprema ha dato il via libera alla sentenza di oggi, il governo ha cercato di giocare in anticipo con ripetuti appelli alla calma, detenzioni preventive di sospetti facinorosi, dispiegamento di truppe nei luoghi ''caldi'' dell'Uttar Pradesh e perfino con il blocco degli sms collettivi sui telefonini. In diverse citta', scuole e uffici sono stati chiusi in anticipo e molti mercati sono rimasti deserti. Tensione palpabile anche a New Delhi, dove domenica si aprono i Giochi dei Commonwealth e dove c'e' massima allerta per la paura di attentati terroristici
giovedì 6 agosto 2009
Tre mussulmani condannati a morte per duplice strage a Mumbai nel 2003
“Questa sentenza è un forte segnale per tutti coloro che hanno compiuto atti di terrore a Mumbai”. Cosi i giudici del tribunale speciale sull’antiterrorismo hanno commentato le tre condanne a morte per il duplice attentato del 2003 costato la vita a oltre cinquanta persone. Tre mussulmani, tra cui una donna, sono stati ritenuti responsabili dell’esecuzione materiale della strage organizzata - secondo loro - per vendicare i pogrom contro i mussulmani del Gujarat nel 2002. Avrebbero preparato a casa le bombe e poi le avrebbero lasciate in due taxi parcheggiati in mezzo alla folla a Gateway of India, il simbolo di Mumbai e nel mercato dei gioielli di Zaveri. I tre hanno ammesso di essere stati indottrinati dalla Lashkar-e-Taiba, gruppo estremista pachistano, accusato di aver organizzato molti attentati in India, tra cui anche quello del novembre scorso agli hotel di Mumbai.
A nulla sono valse le preghiere della donna, Fehmida Syed, di 46 anni, che ha detto di aver obbedito agli ordini del marito Hanif. E’ la seconda donna a essere condannata alla pena capitale in India per terrorismo dopo Nalini, la complice nell’uccisione dell’ex statista Rajiv Gandhi, che si trova ancora nel braccio della morte. Le esecuzioni sono rare in India. L’ultimo a salire sul patibolo era stato uno stupratore nel 2004 dopo un intervallo di dieci anni.
A nulla sono valse le preghiere della donna, Fehmida Syed, di 46 anni, che ha detto di aver obbedito agli ordini del marito Hanif. E’ la seconda donna a essere condannata alla pena capitale in India per terrorismo dopo Nalini, la complice nell’uccisione dell’ex statista Rajiv Gandhi, che si trova ancora nel braccio della morte. Le esecuzioni sono rare in India. L’ultimo a salire sul patibolo era stato uno stupratore nel 2004 dopo un intervallo di dieci anni.
martedì 7 ottobre 2008
Scontri etnici e religiosi in Assam, nuova sfida dell'India
Su Apcom
Come se non bastasse l’ondata di violenza anticristiana nello stato dell’Orissa, un altro fronte di tensione etnica e religiosa si è aperto nel travagliato nord-est dell’India. Da quattro giorni nello stato dell’Assam, famoso per le piantagione di tè ma anche per le insurrezioni separatiste, migliaia di persone sono in fuga a causa di scontri tra la comunità indù e la minoranza mussulmana costituita da immigrati del Bangladesh.
Il bilancio delle vittime è di 48 morti e di oltre cento feriti nelle violenze tra le due comunità e negli scontri con la polizia che è stata affiancata da truppe paramilitari inviate dal governo di Nuova Delhi per cercare di riportare la calma. In tre distretti settentrionali, vicino al confine con il Bhutan, è stato imposto il coprifuoco e le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare a vista. Sono stati impiegati anche degli elicotteri per fermare i disordini che rischiano di estendersi anche in altre province. Finora circa 200 villaggi sono stati coinvolti e 85 mila persone sono state costrette a cercare scampo in scuole e in rifugi di fortuna nelle foreste.
Era da qualche mese le vecchie ostilità tra il gruppo tribale Bodo (che da anni guida la guerriglia separatista) e la comunità degli immigrati bangladesi, erano di nuovo riemerse in alcuni incidenti isolati. In Assam i mussulmani sono circa il 40 per cento della popolazione, ma molti sono clandestini entrati in India attraverso il poroso confine con il Bangladesh, lo Stato nato nel 1971 dalla costola orientale del Pakistan. Si stima che gli immigrati illegali in India sarebbero numerosi milioni
Durante il fine settimana gruppi di ribelli Bodo, armati di frecce, machete e rudimentali armi, hanno assaltato alcuni villaggi a prevalenza mussulmana bruciando le capanne e costringendo alla fuga agli abitanti.
Da tempo la comunità tribale indù in Assam chiede al governo centrale di fermare l’immigrazione clandestina accusata di sottrarre posti di lavoro e di alterare l’equilibrio demografico. E’ una guerra tra poveri. Ma alla base ora ci sarebbero anche motivazioni politiche rappresentate dalla lotta tra il Congresso che è al potere nello stato e il partito indù nazionalista del Bjp che sta affilando le armi in vista delle elezioni generali della primavera del 2009.
Come se non bastasse l’ondata di violenza anticristiana nello stato dell’Orissa, un altro fronte di tensione etnica e religiosa si è aperto nel travagliato nord-est dell’India. Da quattro giorni nello stato dell’Assam, famoso per le piantagione di tè ma anche per le insurrezioni separatiste, migliaia di persone sono in fuga a causa di scontri tra la comunità indù e la minoranza mussulmana costituita da immigrati del Bangladesh.
Il bilancio delle vittime è di 48 morti e di oltre cento feriti nelle violenze tra le due comunità e negli scontri con la polizia che è stata affiancata da truppe paramilitari inviate dal governo di Nuova Delhi per cercare di riportare la calma. In tre distretti settentrionali, vicino al confine con il Bhutan, è stato imposto il coprifuoco e le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare a vista. Sono stati impiegati anche degli elicotteri per fermare i disordini che rischiano di estendersi anche in altre province. Finora circa 200 villaggi sono stati coinvolti e 85 mila persone sono state costrette a cercare scampo in scuole e in rifugi di fortuna nelle foreste.
Era da qualche mese le vecchie ostilità tra il gruppo tribale Bodo (che da anni guida la guerriglia separatista) e la comunità degli immigrati bangladesi, erano di nuovo riemerse in alcuni incidenti isolati. In Assam i mussulmani sono circa il 40 per cento della popolazione, ma molti sono clandestini entrati in India attraverso il poroso confine con il Bangladesh, lo Stato nato nel 1971 dalla costola orientale del Pakistan. Si stima che gli immigrati illegali in India sarebbero numerosi milioni
Durante il fine settimana gruppi di ribelli Bodo, armati di frecce, machete e rudimentali armi, hanno assaltato alcuni villaggi a prevalenza mussulmana bruciando le capanne e costringendo alla fuga agli abitanti.
Da tempo la comunità tribale indù in Assam chiede al governo centrale di fermare l’immigrazione clandestina accusata di sottrarre posti di lavoro e di alterare l’equilibrio demografico. E’ una guerra tra poveri. Ma alla base ora ci sarebbero anche motivazioni politiche rappresentate dalla lotta tra il Congresso che è al potere nello stato e il partito indù nazionalista del Bjp che sta affilando le armi in vista delle elezioni generali della primavera del 2009.
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