Pubblicato da Apcom
E’ stato imposto il coprifuoco e dispiegato l’esercito nelle strade a Calcutta dopo i violenti disordini di oggi tra la polizia e dimostranti mussulmani. Per la moderna Kolkata, come si chiama oggi la metropoli del Bengala Occidentale dove gli scioperi e le rivendicazioni sindacali sono all’ordine del giorno, è stata una delle giornate più violente degli ultimi venti anni. Gli scontri hanno interessato larga parte del centro urbano, paralizzato i trasporti urbani e bloccato migliaia di pendolari e studenti. Il capo del governo locale, il leader comunista Buddhadeb Bhattacharjee, ha deciso stasera di schierare sei colonne di soldati, ma la situazione rimane tesa. Tutto sarebbe iniziato in mattinata quando un’associazione che rappresenta la minoranza mussulmana, Il Muslim All India Minority Front, ha indetto un’agitazione per protestare contro la brutale repressione nell’area industriale di Nandigram e anche contro la scrittrice femminista bangladese Taslima Nasreen, in esilio in India dopo una fatwa degli integralisti per sue dichiarazioni antiislamiche. Apparentemente si tratta di due argomenti separati, ma che oggi hanno catalizzato la rabbia dei musulmani sollevando antiche paure di scontri interreligiosi come quelli avvenuti in Gujarat nella primavera 2002. Secondo le autorità, i dimostranti avrebbero iniziato a prendere a sassate i poliziotti che hanno risposto con manganellate e gas lacrimogeni. E’ nata una guerriglia urbana con strade bloccate e auto e bus incendiati che si è estesa dal nord della megalopoli fino a Park Circus e Moulali. Sono stati arrestati un centinaio di attivisti, mente si contano 50 feriti.
E’ da qualche settimane che le vicende di Nandigram occupano le prime pagine dei quotidiani con storie di orrore e anche di stupri collettivi. Si tratta di una cittadina a 170 chilometri a sud est di Calcutta, in origine destinata a diventare un polo chimico. Il governo locale del Bengala Occidentale, una delle due storiche roccaforti comuniste indiane (l’altra è il Kerala) da tempo promuove una politica di industrializzazione e di liberalizzazione degli investimenti stranieri “alla cinese”. Vicino a Nandigram sorge anche un altro punto caldo, Singur, dove il colosso automobilistico Tata Motors sta costruendo la nuova fabbrica per la mini car da 2200 dollari. Entrambe queste località sono diventate le “ground zero” simbolo dello scontro tra contadini espropriati delle terre e grande industria appoggiata dalle autorità locali. Dopo la rivolta anti espropri degli agricoltori, la Zona Economica Speciale (Sez) di Nandigram è stata cancellata, ma il luogo è rimasto il terreno di scontro delle principali forze politiche bengalesi, in particolare tra i comunisti e il partito locale Trinamul appoggiato dal Congresso. Circa 11 mesi fa i contadini, sembrerebbe con l’aiuto armato dei maoisti indiani, hanno occupato l’intera zona sfidando il “Bhudda” rosso, il quale agli inizi di novembre ha lanciato un’operazione di “ricattura” conclusasi nel sangue. In pratica ha permesso alle squadre armate del suo partito, il CPI (M), il Partito comunista indiano marxista, di stanare casa per casa gli occupanti e di riprendere il controllo di Nandigram. L’assalto finale, tra l’indifferenza della polizia, è stato lanciato lo scorso 11 novembre. Le “Red Brigates” non hanno però usato i guanti di velluto. Alcuni degli attivisti sono stati accusato di stupro e diverse atrocità. In sei giorni di “pogrom” circa 1500 persone sono state costrette a lasciare le case bruciate e saccheggiate e a trasferirsi in tendopoli dove si trovano tuttora. Il governo locale si è giustificato che tra i contadini si erano infiltrati i guerriglieri maoisti. Per completare il quadro va aggiunto che la maggior parte delle vittime del “terrore rosso” sono musulmani. Dall’inizio dell’anno la violenza di Nandigram ha già causato 34 morti, ma solo ieri il primo ministro Manmohan Singh ha rotto il silenzio e ha criticato il governo bengalese (i partiti comunisti appoggiano dall’estero la coalizione di governo guidata dal Congresso). Il premier ha chiesto al governo di Battarcharjee di “ripristinare la legalità con un efficace dispiego delle forze dell’ordine”. Ma nessuno aveva previsto la violenta reazione dei mussulmani oggi nella “laica” Calcutta che potrebbe mettere a rischio la convivenza pacifica con la maggioranza dominante induista.
mercoledì 21 novembre 2007
martedì 20 novembre 2007
Bangladesh, prime vittime tra i senzatetto del ciclone Sidr
Messo in onda su Radio Vaticana
Secondo un quotidiano di Dacca si sarebbero già registrate le prime vittime tra i sopravissuti del ciclone Sidr che dopo sei giorni senza cibo e acqua si trovano in condizioni disperate. Il giornale ha riferito della morte di due bambini a causa della dissenteria nel distretto di Pathuakali, uno dei più colpiti dalla calamità che potrebbe aver causato 10 mila vittime, anche se per ora i morti accertati sono circa 3500. L’esercito bangladese ha detto che un terzo dei villaggi sulla fascia costiera meridionale devono ancora essere raggiunti dai convogli degli aiuti di emergenza. Monta quindi il malcontento tra i senza tetto. Per molti di loro e soprattutto per i bambini che sono i più vulnerabili l’unica speranza sono i biscotti energetici lanciati dagli elicotteri, che sono pero insufficienti per far fronte alla tragedia. Il ciclone ha colpito un milione di famiglie in una vasta area del delta del Gange composta da una fitta rete di canali, fasce costiere e piccole isole. Il compito dei soccorsi è quindi particolarmente difficile. La comunità internazionale ha risposto con generosità finora stanziando la somma totale di 140 milioni di dollari, di cui 100 milioni sono arrivati dall’Arabia Saudita. Di fronte alla gravità della devastazioni il governo di Dacca ha però rivolto un nuovo appello umanitario. Le Nazioni Unite hanno nel frattempo ha approvato la somma di oltre 8 milioni di dollari destinati a soccorrere 3 milioni di persone con generi di prima necessità.
Secondo un quotidiano di Dacca si sarebbero già registrate le prime vittime tra i sopravissuti del ciclone Sidr che dopo sei giorni senza cibo e acqua si trovano in condizioni disperate. Il giornale ha riferito della morte di due bambini a causa della dissenteria nel distretto di Pathuakali, uno dei più colpiti dalla calamità che potrebbe aver causato 10 mila vittime, anche se per ora i morti accertati sono circa 3500. L’esercito bangladese ha detto che un terzo dei villaggi sulla fascia costiera meridionale devono ancora essere raggiunti dai convogli degli aiuti di emergenza. Monta quindi il malcontento tra i senza tetto. Per molti di loro e soprattutto per i bambini che sono i più vulnerabili l’unica speranza sono i biscotti energetici lanciati dagli elicotteri, che sono pero insufficienti per far fronte alla tragedia. Il ciclone ha colpito un milione di famiglie in una vasta area del delta del Gange composta da una fitta rete di canali, fasce costiere e piccole isole. Il compito dei soccorsi è quindi particolarmente difficile. La comunità internazionale ha risposto con generosità finora stanziando la somma totale di 140 milioni di dollari, di cui 100 milioni sono arrivati dall’Arabia Saudita. Di fronte alla gravità della devastazioni il governo di Dacca ha però rivolto un nuovo appello umanitario. Le Nazioni Unite hanno nel frattempo ha approvato la somma di oltre 8 milioni di dollari destinati a soccorrere 3 milioni di persone con generi di prima necessità.
INDIA, VIA AI NEGOZIATI CON L'AIEA SUL NUCLEARE
Pubblicato da Apcom
La telenovela dell’approvazione dell’accordo indo-americano in materia di cooperazione nucleare civile si arricchisce domani di un’altra puntata quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica discuterà delle misure “eccezionali” per salvaguardare le centrali nucleari indiane. Il capo del dipartimento per l’energia atomica Anil kakodkar sarà a Vienna per mettere a punto le speciali clausole da applicare ad un Paese come l’India che non fa parte del Trattato di Non Proliferazione, ma che presto grazie al patto con Washington potrebbe importare tecnologia nucleare e a “doppio uso”.
Dopo la visita di Mohammed ElBaradei il mese scorso le ambizioni di Nuova Delhi per diventare una potenza atomica ufficiale erano state messe nel cassetto a causa della forte opposizione degli alleati comunisti contrari ad ingerenze esterne nel programma nucleare indiano e pronti a far cadere il governo guidato dal Congresso di Sonia Gandhi. Il ricatto aveva funzionato tanto che uno sconsolato Manmohan Singh a un certo punto aveva allargato le braccia ed accettato anche di fare una brutta figura con la Casa Bianca che vuole a tutti i costi approvare l’accordo prima della fine della legislatura. “Se l’accordo non si farà, non sarà la fine della vita” aveva detto il premier con una frase che passerà sicuramente agli annali delle cronache politiche.
Ora però le carte si sono mescolate. A far cambiare idea ai partiti comunisti sono stati gli eventi drammatici di Nandigram, la nuova area industriale vicino a Calcutta destinata a polo chimico, dove il governo locale, una roccaforte “rossa”, vorrebbe espropriare le terre agricole. La protesta dei contadini appoggiati da alcune forze politiche va avanti ormai da un anno, ma solo di recente ha preso una piega violenta ed è diventata guerriglia urbana con la partecipazione di gruppi armati, tra cui i maoisti. Un paio di settimane fa i quadri “armati” del Partito Comunista hanno terrorizzato la popolazione, incendiato le case e addirittura commesso stupri tra l’indifferenza della polizia. Il governo di Nuova Delhi non ha però sollevato troppo polverone, e secondo alcuni commentatori, il silenzio sarebbe stato ripagato dai comunisti con il via libera ai negoziati con l’AIEA.
Le clausole di salvaguardia in discussione a Vienna riguarderebbero i controlli da applicare su 14 siti nucleari “dichiarati” e sulla promessa di forniture perpetue di combustibile atomico. Prossimo passo sarà poi avere l’approvazione del Nuclear Suppliers Group, il club dei 45 Paesi fornitori di tecnologia nucleare che dovrà decidere per consenso se aprire le porte all’India. Molti dei Paesi industrializzati, ovviamente interessati ad esportare centrali nucleari, hanno già espresso parere favorevole.
La telenovela dell’approvazione dell’accordo indo-americano in materia di cooperazione nucleare civile si arricchisce domani di un’altra puntata quando l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica discuterà delle misure “eccezionali” per salvaguardare le centrali nucleari indiane. Il capo del dipartimento per l’energia atomica Anil kakodkar sarà a Vienna per mettere a punto le speciali clausole da applicare ad un Paese come l’India che non fa parte del Trattato di Non Proliferazione, ma che presto grazie al patto con Washington potrebbe importare tecnologia nucleare e a “doppio uso”.
Dopo la visita di Mohammed ElBaradei il mese scorso le ambizioni di Nuova Delhi per diventare una potenza atomica ufficiale erano state messe nel cassetto a causa della forte opposizione degli alleati comunisti contrari ad ingerenze esterne nel programma nucleare indiano e pronti a far cadere il governo guidato dal Congresso di Sonia Gandhi. Il ricatto aveva funzionato tanto che uno sconsolato Manmohan Singh a un certo punto aveva allargato le braccia ed accettato anche di fare una brutta figura con la Casa Bianca che vuole a tutti i costi approvare l’accordo prima della fine della legislatura. “Se l’accordo non si farà, non sarà la fine della vita” aveva detto il premier con una frase che passerà sicuramente agli annali delle cronache politiche.
Ora però le carte si sono mescolate. A far cambiare idea ai partiti comunisti sono stati gli eventi drammatici di Nandigram, la nuova area industriale vicino a Calcutta destinata a polo chimico, dove il governo locale, una roccaforte “rossa”, vorrebbe espropriare le terre agricole. La protesta dei contadini appoggiati da alcune forze politiche va avanti ormai da un anno, ma solo di recente ha preso una piega violenta ed è diventata guerriglia urbana con la partecipazione di gruppi armati, tra cui i maoisti. Un paio di settimane fa i quadri “armati” del Partito Comunista hanno terrorizzato la popolazione, incendiato le case e addirittura commesso stupri tra l’indifferenza della polizia. Il governo di Nuova Delhi non ha però sollevato troppo polverone, e secondo alcuni commentatori, il silenzio sarebbe stato ripagato dai comunisti con il via libera ai negoziati con l’AIEA.
Le clausole di salvaguardia in discussione a Vienna riguarderebbero i controlli da applicare su 14 siti nucleari “dichiarati” e sulla promessa di forniture perpetue di combustibile atomico. Prossimo passo sarà poi avere l’approvazione del Nuclear Suppliers Group, il club dei 45 Paesi fornitori di tecnologia nucleare che dovrà decidere per consenso se aprire le porte all’India. Molti dei Paesi industrializzati, ovviamente interessati ad esportare centrali nucleari, hanno già espresso parere favorevole.
BANGLADESH, "SOLO" UN MILIONE DI DOLLARI DALL'INDIA PER VITTIME CICLONE
Pubblicato da Apcom
L’India ha promesso “solo” un milione di dollari per aiutare le vittime del potente ciclone Sidr che si è abbattuto nel delta fluviale del Bangladesh cinque giorni fa. Un cifra con cui “si comprano un paio di appartamenti a Nuova Delhi” ha commentato con ironia il quotidiano “The Times of India” con un pezzo in prima pagina in cui denuncia la scarsa generosità da parte “della più grande e potente nazione del Sud dell’Asia che vorrebbe migliorare le relazioni con il suo povero vicino”. Il Bangladesh fa parte (anzi è stato il fondatore) dell’Associazione Economica dei Paesi del Sud Asiatico, la Saarc, un’organizzazione regionale che non è mai riuscita a diventare operativa a causa del conflitto indo-pachistano. I rapporti con l’India negli ultimi anni hanno toccato un minimo storico. Il governo di Nuova Delhi accusa Dacca di alimentare l’integralismo islamico che sarebbe sponsorizzato dai servizi segreti pachistani. L’India sta anche costruendo una “cortina” di ferro lungo il mega confine di oltre 4 mila chilometri per fermare le infiltrazioni dei militanti islamici e l’immigrazione clandestina.
Di fronte alla gravità della catastrofe, il ministro degli esteri Pranab Mukerjee aveva espresso la sua solidarietà con il governo provvisorio di Dacca, che è retto dai militari dopo la sospensione delle elezioni lo scorso gennaio, e aveva anche detto di “essere pronto a inviare squadre di soccorso e aiuti di emergenza” nelle zone sinistrate che confinano con lo stato del Bengala Occidentale” (dove era scattata anche l’evacuazione). Secondo quanto scrive il quotidiano, “l’India può fare molto” per raggiungere le aree colpite che sono ancora isolate dal resto del Paese”. Per esempio “può usare il suo network di comunicazioni, oppure può inviare elicotteri o navi militari”. Nel 2002 la marina corse in aiuto dell’Indonesia devastata dallo tsunami, una catastrofe che aveva colpito in larga misura anche le coste indiane del Tamil Nadu e l’arcipelago delle Andamane. Nel 2005 aveva inviato alcuni elicotteri militari per assistere i pachistani nelle operazioni di soccorso dei terremotati del sisma dell’8 ottobre che colpì il Kashmir e le province nord occidentali. Perfino per l’uragano Katrina gli indiani si mobilitarono inviando due aerei da trasporto con un valore di 5 milioni di dollari in beni di prima necessità. “Gli Stati Uniti – scrive ancora il Times of India – stanno inviando due unità navali che ci metteranno una settimana ad arrivare, mentre la marina indiana è già presente nel golfo del Bengala”. Il pacchetto di aiuti del governo consiste in viveri, medicine, latte in polvere, tende e coperte. “Questo non è il modo migliore per migliorare l’amicizia con un Paese confinante povero e colpito da una simile calamità naturale. In contrasto l’India ha invece puntato sulla diplomazia degli aiuti umanitari in Africa quando il primo ministro si è recato in Uganda portando aiuti per le vittime dell’alluvione di quest’anno”.
L’India ha promesso “solo” un milione di dollari per aiutare le vittime del potente ciclone Sidr che si è abbattuto nel delta fluviale del Bangladesh cinque giorni fa. Un cifra con cui “si comprano un paio di appartamenti a Nuova Delhi” ha commentato con ironia il quotidiano “The Times of India” con un pezzo in prima pagina in cui denuncia la scarsa generosità da parte “della più grande e potente nazione del Sud dell’Asia che vorrebbe migliorare le relazioni con il suo povero vicino”. Il Bangladesh fa parte (anzi è stato il fondatore) dell’Associazione Economica dei Paesi del Sud Asiatico, la Saarc, un’organizzazione regionale che non è mai riuscita a diventare operativa a causa del conflitto indo-pachistano. I rapporti con l’India negli ultimi anni hanno toccato un minimo storico. Il governo di Nuova Delhi accusa Dacca di alimentare l’integralismo islamico che sarebbe sponsorizzato dai servizi segreti pachistani. L’India sta anche costruendo una “cortina” di ferro lungo il mega confine di oltre 4 mila chilometri per fermare le infiltrazioni dei militanti islamici e l’immigrazione clandestina.
Di fronte alla gravità della catastrofe, il ministro degli esteri Pranab Mukerjee aveva espresso la sua solidarietà con il governo provvisorio di Dacca, che è retto dai militari dopo la sospensione delle elezioni lo scorso gennaio, e aveva anche detto di “essere pronto a inviare squadre di soccorso e aiuti di emergenza” nelle zone sinistrate che confinano con lo stato del Bengala Occidentale” (dove era scattata anche l’evacuazione). Secondo quanto scrive il quotidiano, “l’India può fare molto” per raggiungere le aree colpite che sono ancora isolate dal resto del Paese”. Per esempio “può usare il suo network di comunicazioni, oppure può inviare elicotteri o navi militari”. Nel 2002 la marina corse in aiuto dell’Indonesia devastata dallo tsunami, una catastrofe che aveva colpito in larga misura anche le coste indiane del Tamil Nadu e l’arcipelago delle Andamane. Nel 2005 aveva inviato alcuni elicotteri militari per assistere i pachistani nelle operazioni di soccorso dei terremotati del sisma dell’8 ottobre che colpì il Kashmir e le province nord occidentali. Perfino per l’uragano Katrina gli indiani si mobilitarono inviando due aerei da trasporto con un valore di 5 milioni di dollari in beni di prima necessità. “Gli Stati Uniti – scrive ancora il Times of India – stanno inviando due unità navali che ci metteranno una settimana ad arrivare, mentre la marina indiana è già presente nel golfo del Bengala”. Il pacchetto di aiuti del governo consiste in viveri, medicine, latte in polvere, tende e coperte. “Questo non è il modo migliore per migliorare l’amicizia con un Paese confinante povero e colpito da una simile calamità naturale. In contrasto l’India ha invece puntato sulla diplomazia degli aiuti umanitari in Africa quando il primo ministro si è recato in Uganda portando aiuti per le vittime dell’alluvione di quest’anno”.
Bangladesh, primi aiuti per senzatetto colpiti da ciclone Sidr
Messo in onda da Radio Vaticana
Anche se a fatica, i primi camion di aiuti di emergenza stanno raggiungendo le aree colpite dal potente ciclone Sidr. A cinque giorni dalla catastrofe che ha messo in ginocchio una delle zone più povere del Bangladesh, molte delle strade di accesso ai villaggi colpiti sono state sgomberate dal fango, detriti e alberi sradicati dalle furia del vento e dalle alte ondate. Rimane ancora incerto il bilancio delle vittime che sono oltre 3100 quelle accertate, ma si tratta di un numero che non tiene conto dei dispersi, alcune migliaia, soprattutto pescatori che si trovavano in mare o nei canali interni al momento del passaggio del ciclone. La Mezzaluna Rossa e anche l’ong Save the Children ritiene che il bilancio della vittime possa situarsi tra i 5 e i 10 mila.
Ma a preoccupare ora è la sorte dei milioni di abitanti del delta che sono rimasti senza casa e senza mezzi di sussistenza come bestiame e i raccolti di riso andati in larga parte distrutti. La distribuzione degli aiuti nei prossimi giorni sarà essenziale per salvare la vita dei senza tetto. E’ confortante la risposta della comunità internazionale e in particolare dell’Arabia Saudita che ha promesso la maxi cifra di 100 milioni di dollari per venire in aiuto alle popolazioni sinistrate. Di fronte alla gravità della crisi, l’Unione Europa ha anche deciso di aumentare a oltre 7 milioni di dollari l’impegno per l’aiuto umanitario.
Anche se a fatica, i primi camion di aiuti di emergenza stanno raggiungendo le aree colpite dal potente ciclone Sidr. A cinque giorni dalla catastrofe che ha messo in ginocchio una delle zone più povere del Bangladesh, molte delle strade di accesso ai villaggi colpiti sono state sgomberate dal fango, detriti e alberi sradicati dalle furia del vento e dalle alte ondate. Rimane ancora incerto il bilancio delle vittime che sono oltre 3100 quelle accertate, ma si tratta di un numero che non tiene conto dei dispersi, alcune migliaia, soprattutto pescatori che si trovavano in mare o nei canali interni al momento del passaggio del ciclone. La Mezzaluna Rossa e anche l’ong Save the Children ritiene che il bilancio della vittime possa situarsi tra i 5 e i 10 mila.
Ma a preoccupare ora è la sorte dei milioni di abitanti del delta che sono rimasti senza casa e senza mezzi di sussistenza come bestiame e i raccolti di riso andati in larga parte distrutti. La distribuzione degli aiuti nei prossimi giorni sarà essenziale per salvare la vita dei senza tetto. E’ confortante la risposta della comunità internazionale e in particolare dell’Arabia Saudita che ha promesso la maxi cifra di 100 milioni di dollari per venire in aiuto alle popolazioni sinistrate. Di fronte alla gravità della crisi, l’Unione Europa ha anche deciso di aumentare a oltre 7 milioni di dollari l’impegno per l’aiuto umanitario.
Pakistan, Sharif rifiuta incontro con Musharraf a Riyadh
Messo in onda da radio Svizzera Italiana
Come prevedibile, l’ex primo ministro Nawaz Sharif avrebbe rigettato l’ipotesi di un incontro con il presidente pachistano Pervez Musharraf che si trova oggi a Riyadh ufficialmente per colloqui con il re saudita Abdullah. In base a indiscrezioni, il generale di Islamabad avrebbe intenzione di avviare un dialogo con Sharif, suo rivale politico da lui stesso esiliato sette anni fa, probabilmente per cercare un supporto in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi il prossimo 8 gennaio. Tramontato, sembra definitivamente l’accordo di condivisione del potere con l’altro ex primo ministro, Benazir Bhutto, Musharraf sta cercando ora di trovare uno sbocco allo stallo in cui si trova il Paese dopo la dichiarazione dello stato di emergenza il 3 novembre.
In un’intervista ad un agenzia di stampa Sharif ha affermato che non è disposto a venire a patti “con chi ha arrestato i giudici, imbavagliato la stampa e sospeso la costituzione”. Ha invece proposto di ritessere una vecchia intesa con la signora Bhutto saltata dopo che quest’ultima aveva iniziato i negoziati con il governo di Islamabad. Ha poi aggiunto che Musharraf lo aveva contattato ben tre volte negli ultimi mesi.
Grazie ad una sentenza favorevole dei giudici, lo scorso 10 settembre Sharif aveva tentato di ritornare dall’esilio, ma di fronte al rischio di essere incarcerato per accuse di corruzione, era ritornato a Dubai poche ore dopo il suo atterraggio.
Come prevedibile, l’ex primo ministro Nawaz Sharif avrebbe rigettato l’ipotesi di un incontro con il presidente pachistano Pervez Musharraf che si trova oggi a Riyadh ufficialmente per colloqui con il re saudita Abdullah. In base a indiscrezioni, il generale di Islamabad avrebbe intenzione di avviare un dialogo con Sharif, suo rivale politico da lui stesso esiliato sette anni fa, probabilmente per cercare un supporto in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi il prossimo 8 gennaio. Tramontato, sembra definitivamente l’accordo di condivisione del potere con l’altro ex primo ministro, Benazir Bhutto, Musharraf sta cercando ora di trovare uno sbocco allo stallo in cui si trova il Paese dopo la dichiarazione dello stato di emergenza il 3 novembre.
In un’intervista ad un agenzia di stampa Sharif ha affermato che non è disposto a venire a patti “con chi ha arrestato i giudici, imbavagliato la stampa e sospeso la costituzione”. Ha invece proposto di ritessere una vecchia intesa con la signora Bhutto saltata dopo che quest’ultima aveva iniziato i negoziati con il governo di Islamabad. Ha poi aggiunto che Musharraf lo aveva contattato ben tre volte negli ultimi mesi.
Grazie ad una sentenza favorevole dei giudici, lo scorso 10 settembre Sharif aveva tentato di ritornare dall’esilio, ma di fronte al rischio di essere incarcerato per accuse di corruzione, era ritornato a Dubai poche ore dopo il suo atterraggio.
lunedì 19 novembre 2007
Pakistan, giudici confermano la nomina di Musharraf a presidente
Messo in onda da Radio Svizzera Italiana
La Corte Suprema pachistana ha spianato la strada per la riconferma di Pervez Musharraf alla carica di presidente del Pakistan. Il massimo organo giudiziario ha respinto cinque dei sei ricorsi presentati contro la sua candidatura alle elezioni dello scorso 6 ottobre in quanto incompatibile con la carica di capo delle forze armate che Musharraf riveste fin dal suo golpe del 1999. L’ultima petizione sarà discussa nei prossimi giorni, ma è probabile che seguirà la stessa sorte. Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza del 3 novembre i giudici della Corte Suprema erano stati rimossi in quanto si erano rifiutati di prestare giuramento sotto le nuove leggi speciali. Erano stati sostituiti con giudici filo governativi. Era stato esautorato per la seconda volta anche il giudice Iftikar Mohammed Chaudry, protagonista delle dimostrazioni prodemocratiche di qualche mese fa e ora agli arresti domiciliari. Il via libera dei giudici ad un nuovo mandato quinquennale era stato indicato da Musharraf come la condizione per abbandonare l’uniforme. Un passo che avrebbe promesso di fare entro la fine del mese e che soddisferebbe una delle richieste più pressanti degli Stati Uniti, del Commonwealth e anche della rivale politica Benazr Bhutto. E’ significativo che la sentenza della Corte Suprema sia arrivata un giorno dopo la partenza di Jonh Negroponte, il vicesegretario di stato americano, che ha esortato Musharraf a revocare lo stato di emergenza per le elezioni parlamentari che il generale vorrebbe indire per l’8 gennaio.
La Corte Suprema pachistana ha spianato la strada per la riconferma di Pervez Musharraf alla carica di presidente del Pakistan. Il massimo organo giudiziario ha respinto cinque dei sei ricorsi presentati contro la sua candidatura alle elezioni dello scorso 6 ottobre in quanto incompatibile con la carica di capo delle forze armate che Musharraf riveste fin dal suo golpe del 1999. L’ultima petizione sarà discussa nei prossimi giorni, ma è probabile che seguirà la stessa sorte. Dopo la dichiarazione dello stato di emergenza del 3 novembre i giudici della Corte Suprema erano stati rimossi in quanto si erano rifiutati di prestare giuramento sotto le nuove leggi speciali. Erano stati sostituiti con giudici filo governativi. Era stato esautorato per la seconda volta anche il giudice Iftikar Mohammed Chaudry, protagonista delle dimostrazioni prodemocratiche di qualche mese fa e ora agli arresti domiciliari. Il via libera dei giudici ad un nuovo mandato quinquennale era stato indicato da Musharraf come la condizione per abbandonare l’uniforme. Un passo che avrebbe promesso di fare entro la fine del mese e che soddisferebbe una delle richieste più pressanti degli Stati Uniti, del Commonwealth e anche della rivale politica Benazr Bhutto. E’ significativo che la sentenza della Corte Suprema sia arrivata un giorno dopo la partenza di Jonh Negroponte, il vicesegretario di stato americano, che ha esortato Musharraf a revocare lo stato di emergenza per le elezioni parlamentari che il generale vorrebbe indire per l’8 gennaio.
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