Su Apcom
Come se non bastasse l’ondata di violenza anticristiana nello stato dell’Orissa, un altro fronte di tensione etnica e religiosa si è aperto nel travagliato nord-est dell’India. Da quattro giorni nello stato dell’Assam, famoso per le piantagione di tè ma anche per le insurrezioni separatiste, migliaia di persone sono in fuga a causa di scontri tra la comunità indù e la minoranza mussulmana costituita da immigrati del Bangladesh.
Il bilancio delle vittime è di 48 morti e di oltre cento feriti nelle violenze tra le due comunità e negli scontri con la polizia che è stata affiancata da truppe paramilitari inviate dal governo di Nuova Delhi per cercare di riportare la calma. In tre distretti settentrionali, vicino al confine con il Bhutan, è stato imposto il coprifuoco e le forze dell’ordine hanno l’ordine di sparare a vista. Sono stati impiegati anche degli elicotteri per fermare i disordini che rischiano di estendersi anche in altre province. Finora circa 200 villaggi sono stati coinvolti e 85 mila persone sono state costrette a cercare scampo in scuole e in rifugi di fortuna nelle foreste.
Era da qualche mese le vecchie ostilità tra il gruppo tribale Bodo (che da anni guida la guerriglia separatista) e la comunità degli immigrati bangladesi, erano di nuovo riemerse in alcuni incidenti isolati. In Assam i mussulmani sono circa il 40 per cento della popolazione, ma molti sono clandestini entrati in India attraverso il poroso confine con il Bangladesh, lo Stato nato nel 1971 dalla costola orientale del Pakistan. Si stima che gli immigrati illegali in India sarebbero numerosi milioni
Durante il fine settimana gruppi di ribelli Bodo, armati di frecce, machete e rudimentali armi, hanno assaltato alcuni villaggi a prevalenza mussulmana bruciando le capanne e costringendo alla fuga agli abitanti.
Da tempo la comunità tribale indù in Assam chiede al governo centrale di fermare l’immigrazione clandestina accusata di sottrarre posti di lavoro e di alterare l’equilibrio demografico. E’ una guerra tra poveri. Ma alla base ora ci sarebbero anche motivazioni politiche rappresentate dalla lotta tra il Congresso che è al potere nello stato e il partito indù nazionalista del Bjp che sta affilando le armi in vista delle elezioni generali della primavera del 2009.
martedì 7 ottobre 2008
domenica 5 ottobre 2008
Persecuzioni in Orissa, quando induismo fa rima con casta
Su Famiglia Cristiana n.40 del 5 ottobre
L’ondata di violenza anti cristiana esplosa a fine agosto in Orissa e che sta contagiando il resto dell’India ha gettato un’ombra inquietante sulla più grande democrazia del mondo e patria del Mahatma Gandhi. Non è la prima volta che la minoranza cristiana, una forza importante per lo sviluppo nazionale pur essendo solo il 2,3% della popolazione, è presa di mira dai radicali indù ostili alle conversioni religiose, ma soprattutto allo scardinamento dello status quo castale. Lo scorso Natale c’era già stato spargimento di sangue in Orissa, lo stato orientale popolato da tribù poverissime e sfruttate nelle ricche miniere della regione. Erano stati per primi i missionari battisti arrivati nel 1820 a convertire gli indigeni animisti.
L’omicidio del 23 agosto del leader estremista del Vishwa Hindu Parishad (Consiglio Mondiale Indù) ha riacceso il fuoco che covava sotto la cenere. Il bilancio è stato pesante nel distretto di Kandhamal dove si contano almeno 25 morti, tra cui una missionaria laica arsa viva, una cinquantina di chiese profanate, decine di atti vandalici in conventi, ostelli, orfanotrofi e scuole, senza contare i 13 mila cristiani fuggiti nelle foreste dopo che le loro case erano state date alle fiamme. La lista si è allungata con nuovi assalti ad un centinaio di abitazioni e con l’incendio di altre tre chiese.
Ma si fa presto a dire persecuzioni religiose. La fede sembra essere solo una foglia di fico per coprire interessi economici e politici. Il 70% dei cristiani indiani sono “dalit”, ex “intoccabili” che abbracciano la parola di Cristo - ma anche di Buddha - per uscire da un destino che ancora oggi li condanna a raccogliere gli escrementi umani dalle latrine.
Le reazioni sono state dure. Il premier Manmohan Singh, un sikh scelto dalla leader cristiana Sonia Gandhi, ha parlato di “vergogna nazionale”. La chiesa indiana per protesta ha chiuso per un giorno le sue 30 mila scuole. Dopo il richiamo del Santo Padre, il governo italiano ha convocato l’ambasciatore indiano a Roma. Il Parlamento Europeo ha fatto sentire la sua voce con una risoluzione in cui chiede giustizia e anche risarcimenti per le vittime. Sarà uno dei punti in agenda del vertice annuale Ue-India che si tiene a Marsiglia.
La violenza non si è fermata, anzi è dilagata a sud nello stato del Karnataka, dove sono state prese a sassate chiese e statue nella moderna Bangalore, in quello del Madhya Pradesh e perfino in Kerala, dove le radici cristiane risalgono all’apostolo san Tommaso. Non è un caso però che in questi stati ci sia al potere il partito indù nazionalista Bharatya Janata Party (Partito del Popolo Indiano), che ha già messo in moto la sua macchina propagandistica in vista delle elezioni di primavera.
L’ondata di violenza anti cristiana esplosa a fine agosto in Orissa e che sta contagiando il resto dell’India ha gettato un’ombra inquietante sulla più grande democrazia del mondo e patria del Mahatma Gandhi. Non è la prima volta che la minoranza cristiana, una forza importante per lo sviluppo nazionale pur essendo solo il 2,3% della popolazione, è presa di mira dai radicali indù ostili alle conversioni religiose, ma soprattutto allo scardinamento dello status quo castale. Lo scorso Natale c’era già stato spargimento di sangue in Orissa, lo stato orientale popolato da tribù poverissime e sfruttate nelle ricche miniere della regione. Erano stati per primi i missionari battisti arrivati nel 1820 a convertire gli indigeni animisti.
L’omicidio del 23 agosto del leader estremista del Vishwa Hindu Parishad (Consiglio Mondiale Indù) ha riacceso il fuoco che covava sotto la cenere. Il bilancio è stato pesante nel distretto di Kandhamal dove si contano almeno 25 morti, tra cui una missionaria laica arsa viva, una cinquantina di chiese profanate, decine di atti vandalici in conventi, ostelli, orfanotrofi e scuole, senza contare i 13 mila cristiani fuggiti nelle foreste dopo che le loro case erano state date alle fiamme. La lista si è allungata con nuovi assalti ad un centinaio di abitazioni e con l’incendio di altre tre chiese.
Ma si fa presto a dire persecuzioni religiose. La fede sembra essere solo una foglia di fico per coprire interessi economici e politici. Il 70% dei cristiani indiani sono “dalit”, ex “intoccabili” che abbracciano la parola di Cristo - ma anche di Buddha - per uscire da un destino che ancora oggi li condanna a raccogliere gli escrementi umani dalle latrine.
Le reazioni sono state dure. Il premier Manmohan Singh, un sikh scelto dalla leader cristiana Sonia Gandhi, ha parlato di “vergogna nazionale”. La chiesa indiana per protesta ha chiuso per un giorno le sue 30 mila scuole. Dopo il richiamo del Santo Padre, il governo italiano ha convocato l’ambasciatore indiano a Roma. Il Parlamento Europeo ha fatto sentire la sua voce con una risoluzione in cui chiede giustizia e anche risarcimenti per le vittime. Sarà uno dei punti in agenda del vertice annuale Ue-India che si tiene a Marsiglia.
La violenza non si è fermata, anzi è dilagata a sud nello stato del Karnataka, dove sono state prese a sassate chiese e statue nella moderna Bangalore, in quello del Madhya Pradesh e perfino in Kerala, dove le radici cristiane risalgono all’apostolo san Tommaso. Non è un caso però che in questi stati ci sia al potere il partito indù nazionalista Bharatya Janata Party (Partito del Popolo Indiano), che ha già messo in moto la sua macchina propagandistica in vista delle elezioni di primavera.
sabato 4 ottobre 2008
Ratan Tata abbandona la fabbrica della Nano a Singur,
In onda su Radio Svizzera Italiana
Dopo un mese e mezzo di proteste dei contadini contro l’esproprio delle terre, la Tata Motors ha gettato la spugna. La nuova fabbrica di Singur, vicino a Calcutta, dedicata alla minicar Nano, sarà trasferita altrove. La Nano, l’utilitaria da 2500 dollari e sogno a quattro ruote per milioni di indiani, doveva uscire dalla catena di montaggio proprio in questo mese in coincidenza con delle feste induiste. Adesso non è chiaro dove sarà delocalizzata la produzione, ne quando la Nano sarà nei concessionari. Ad annunciare la decisione di abbandonare la fabbrica, chiusa da un mese dopo picchettaggi davanti ai cancelli e blocchi stradali, è stato ieri lo stesso Ratan Tata, presidente dell’omonimo gruppo che è uno dei simboli dell’industrializzazione indiana. “Non è possibile che una fabbrica lavori sotto la protezione della polizia e che i suoi operai subiscano regolari intimidazioni”, ha detto in una conferenza stampa in cui ha accusato della debacle la “pasionaria” dei contadini, Mamata Banerjee, che a capo di un piccolo partito regionale, guida la battaglia contro la politica industriale dello stato del Bengala Occidentale. Lo scorso anno violente proteste avevano costretto un gruppo indonesiano ad abbandonare un progetto di polo chimico a Nandigram, sempre nei pressi di Calcutta, dove era in programma una zona economica speciale.
Dopo un mese e mezzo di proteste dei contadini contro l’esproprio delle terre, la Tata Motors ha gettato la spugna. La nuova fabbrica di Singur, vicino a Calcutta, dedicata alla minicar Nano, sarà trasferita altrove. La Nano, l’utilitaria da 2500 dollari e sogno a quattro ruote per milioni di indiani, doveva uscire dalla catena di montaggio proprio in questo mese in coincidenza con delle feste induiste. Adesso non è chiaro dove sarà delocalizzata la produzione, ne quando la Nano sarà nei concessionari. Ad annunciare la decisione di abbandonare la fabbrica, chiusa da un mese dopo picchettaggi davanti ai cancelli e blocchi stradali, è stato ieri lo stesso Ratan Tata, presidente dell’omonimo gruppo che è uno dei simboli dell’industrializzazione indiana. “Non è possibile che una fabbrica lavori sotto la protezione della polizia e che i suoi operai subiscano regolari intimidazioni”, ha detto in una conferenza stampa in cui ha accusato della debacle la “pasionaria” dei contadini, Mamata Banerjee, che a capo di un piccolo partito regionale, guida la battaglia contro la politica industriale dello stato del Bengala Occidentale. Lo scorso anno violente proteste avevano costretto un gruppo indonesiano ad abbandonare un progetto di polo chimico a Nandigram, sempre nei pressi di Calcutta, dove era in programma una zona economica speciale.
venerdì 3 ottobre 2008
Usa-India, un'intesa nucleare da miliardi di dollari
A soli due giorni dal via libera definitivo del Senato americano all’accordo di cooperazione sul nucleare civile con l’India, Condoleezza Rice arriva a Nuova Delhi per suggellare un’intesa che segna l’inizio di un nuovo asse tra India e Stati Uniti. A meno di sorprese dell’ultimo minuto (ci sarebbero ancora dei dettagli da risolvere) domani il segretario di stato americano e il ministro degli esteri indiano Pranab Mukherjee firmeranno il cosiddetto “123 agreement”, un accordo bilaterale che ha avuto una travagliata gestazione di tre anni e che più volte è stato sul punto di fallire a causa dell’opposizione dei partiti comunisti alleati del partito del Congresso e anche di parte della comunità scientifica indiana “gelosa” del programma nucleare che l’India è riuscita a sviluppare nonostante le sanzioni imposte dopo i test atomici del 1974 e del 1998. Per superare lo scetticismo della comunità internazionale e vincere la diffidenza della lobby della non proliferazione americana, c’è voluta tutta la determinazione del presidente Bush e del primo ministro Manmohan Singh. E’ stata anche una corsa contro il tempo perché entrambi i leader sono alla scadenza del mandato elettorale. Per Bush si tratta di uno dei pochi successi di politica internazionale, mentre per Singh, ma soprattutto per il partito del Congresso di Sonia Gandhi, è un passo fondamentale verso il riconoscimento dell’India sulla scena mondiale, anche se sono in molti a chiedersi cosa cambierà per quei 600 milioni di indiani che vivono con 2 dollari al giorno. L’energia nucleare soddisfa attualmente il 3 per cento del fabbisogno energetico nazionale che dipende per quasi il 70 per cento dall’importazione di idrocarburi. Le centrali nucleari indiane sono in totale 17 ma funzionano solo alla metà della loro capacità per la mancanza di combustibile fissile. Altri cinque reattori sono ora in costruzione e altre otto sono in progetto secondo il Nuclear Power Corp of India (NPCIL) che ha il monopolio dell’energia atomica. I privati sono per ora esclusi, ma è probabile che in futuro anche il settore del nucleare civile sarà progressivamente privatizzato. L’obiettivo del governo è di raggiungere nel 2015 una capacità di 40 mila MW, ovvero dieci volte quella attuale e di oltre 60 mila MW nel 2030.
Gli interessi in gioco sono enormi. Secondo la CII, la Confindustria Indiana, l’entrata dell’India nel cartello nucleare dopo il via libera del Nuclear Supplier Group lo scorso 6 settembre, potrà generare un giro d’affari di 30 miliardi di dollari nei prossimi 15 anni, con ricadute enormi sull’interscambio e sulla creazione di posti di lavoro.
In pole position ci sono le aziende statunitensi, ma anche quelle francesi e russe. Il premier Singh di ritorno dalla sua visita negli Stati Uniti si è fermato a Parigi e martedì ha firmato un accordo di cooperazione con il presidente Nicolas Sarkozy.
Secondo il settimanale Outlook, il NPCIL intende avviare trattative commerciali con la francese Areva SA, la russa Rosatum e i colossi americani General Electric e Westinghouse Electric (della Toshiba) per un totale di 14 miliardi di dollari per forniture di tecnologia alle nuove centrali in costruzione. Ma si apriranno anche nuove opportunità per circa 40 aziende dell’hi-tech indiano che, dopo 34 anni di isolamento di tecnologia nucleare e “duel use”, potranno finalmente entrare nel business mondiale dell’energia atomica.
C’è però ancora un ultimo ostacolo che limita le esportazioni americane. In India non esiste una legge sulla responsabilità civile in caso di incidenti nucleari. Secondo alcuni esperti fino a quando il governo di Nuova Delhi non ratificherà una convenzione dell’Agenzia Internazionale Atomica del 1997 sui risarcimenti per danni causati dal nucleare, le aziende americane non potranno vendere la loro tecnologia.
Gli interessi in gioco sono enormi. Secondo la CII, la Confindustria Indiana, l’entrata dell’India nel cartello nucleare dopo il via libera del Nuclear Supplier Group lo scorso 6 settembre, potrà generare un giro d’affari di 30 miliardi di dollari nei prossimi 15 anni, con ricadute enormi sull’interscambio e sulla creazione di posti di lavoro.
In pole position ci sono le aziende statunitensi, ma anche quelle francesi e russe. Il premier Singh di ritorno dalla sua visita negli Stati Uniti si è fermato a Parigi e martedì ha firmato un accordo di cooperazione con il presidente Nicolas Sarkozy.
Secondo il settimanale Outlook, il NPCIL intende avviare trattative commerciali con la francese Areva SA, la russa Rosatum e i colossi americani General Electric e Westinghouse Electric (della Toshiba) per un totale di 14 miliardi di dollari per forniture di tecnologia alle nuove centrali in costruzione. Ma si apriranno anche nuove opportunità per circa 40 aziende dell’hi-tech indiano che, dopo 34 anni di isolamento di tecnologia nucleare e “duel use”, potranno finalmente entrare nel business mondiale dell’energia atomica.
C’è però ancora un ultimo ostacolo che limita le esportazioni americane. In India non esiste una legge sulla responsabilità civile in caso di incidenti nucleari. Secondo alcuni esperti fino a quando il governo di Nuova Delhi non ratificherà una convenzione dell’Agenzia Internazionale Atomica del 1997 sui risarcimenti per danni causati dal nucleare, le aziende americane non potranno vendere la loro tecnologia.
Accordo nucleare, il Senato Usa ha ratificato
In onda su Radio Svizzera Italiana
Con l’accordo approvato ieri dal Senato americano, l’India esce da tre decenni di isolamento internazionale nucleare. La ratifica finale dell’intesa di cooperazione quarantennale, avviata tre anni fa e fortemente voluta da Bush, offre all’India l’accesso alla tecnologia nucleare occidentale in cambio dell’apertura agli ispettori dell’Onu di alcune delle sue istallazioni nucleari. L’India ha attualmente 14 centrali atomiche e altre nove sono in costruzione. L’energia nucleare soddisfa solo il 3 per cento del fabbisogno totale che dipende per oltre il 70 per cento dall’importazione di idrocarburi.
La nuova intesa è vista anche come una pietra miliare nelle relazioni con gli Stati Uniti ed era anche una priorità di politica estera del governo di Manmohan Singh che proprio su questa decisione ha rischiato la sua maggioranza dopo il ritiro del supporto dei partiti comunisti. L’accordo era stato criticato anche da alcuni paesi. L’India che non è firmataria del TPN rappresenta ora un’eccezione nell’attuale regime giuridico internazionale e potrebbe quindi incoraggiare paesi come l’Iran a proseguire la loro attività nucleare. Il Pakistan ha già rivendicato il diritto ad un’ analoga intesa con Washington. Ma la più importante ricaduta sarà quella economica. Martedi a Parigi il presidente francese Sarkozy ha siglato un accordo di cooperazione con il premier Singh che apre la strada alla vendita di reattori all’India. E così faranno presto i russi e ovviamente gli americani. A New Delhi è attesa per oggi la segretario di stato americano Condoleeza Rice.
Con l’accordo approvato ieri dal Senato americano, l’India esce da tre decenni di isolamento internazionale nucleare. La ratifica finale dell’intesa di cooperazione quarantennale, avviata tre anni fa e fortemente voluta da Bush, offre all’India l’accesso alla tecnologia nucleare occidentale in cambio dell’apertura agli ispettori dell’Onu di alcune delle sue istallazioni nucleari. L’India ha attualmente 14 centrali atomiche e altre nove sono in costruzione. L’energia nucleare soddisfa solo il 3 per cento del fabbisogno totale che dipende per oltre il 70 per cento dall’importazione di idrocarburi.
La nuova intesa è vista anche come una pietra miliare nelle relazioni con gli Stati Uniti ed era anche una priorità di politica estera del governo di Manmohan Singh che proprio su questa decisione ha rischiato la sua maggioranza dopo il ritiro del supporto dei partiti comunisti. L’accordo era stato criticato anche da alcuni paesi. L’India che non è firmataria del TPN rappresenta ora un’eccezione nell’attuale regime giuridico internazionale e potrebbe quindi incoraggiare paesi come l’Iran a proseguire la loro attività nucleare. Il Pakistan ha già rivendicato il diritto ad un’ analoga intesa con Washington. Ma la più importante ricaduta sarà quella economica. Martedi a Parigi il presidente francese Sarkozy ha siglato un accordo di cooperazione con il premier Singh che apre la strada alla vendita di reattori all’India. E così faranno presto i russi e ovviamente gli americani. A New Delhi è attesa per oggi la segretario di stato americano Condoleeza Rice.
giovedì 2 ottobre 2008
Orissa, coprifuoco dopo nuova violenza anticristiana
In onda su Radio Vaticana
E’ stato imposto il coprifuoco nel distretto di Kandhamal in Orissa dopo i disordini scoppiati ieri in seguito a una nuova ondata di violenza contro la minoranza cristiana. Negli scontri con la polizia che ha aperto il fuoco sulla folla sono morte tre persone, tra cui una donna cristiana di 42 anni. Una decina di dimostranti sono rimasti feriti. Secondo alcune testimonianze, gli incidenti sono iniziati quando una folla di alcune migliaia di fanatici indù con fucili e armi da taglio hanno attaccato ieri tre villaggi e bruciato tre chiese. Sarebbe stata assaltata anche una stazione della polizia dove erano detenuti alcuni dimostranti. Altri episodi di violenza contro cristiani si sarebbero verificati anche in altre parti del distretto di Kandhamal, l’epicentro delle persecuzioni anticristiane iniziate alla fine di agosto dopo l’uccisione del leader di un’organizzazione della destra induista. Nonostante le proteste delle comunità internazionale, comprese l’ultimo richiamo dell’Unione Europea, le violenze continuano e rischiano di contagiare anche altri stati. Secondo padre Carlo Torriani, missionario del Pime, gli estremisti indu starebbero per programmare nuovi attacchi anche in Maharashtra, lo stato di Mumbai, dove esiste una consolidata tradizione di convivenza interreligiosa.
E’ stato imposto il coprifuoco nel distretto di Kandhamal in Orissa dopo i disordini scoppiati ieri in seguito a una nuova ondata di violenza contro la minoranza cristiana. Negli scontri con la polizia che ha aperto il fuoco sulla folla sono morte tre persone, tra cui una donna cristiana di 42 anni. Una decina di dimostranti sono rimasti feriti. Secondo alcune testimonianze, gli incidenti sono iniziati quando una folla di alcune migliaia di fanatici indù con fucili e armi da taglio hanno attaccato ieri tre villaggi e bruciato tre chiese. Sarebbe stata assaltata anche una stazione della polizia dove erano detenuti alcuni dimostranti. Altri episodi di violenza contro cristiani si sarebbero verificati anche in altre parti del distretto di Kandhamal, l’epicentro delle persecuzioni anticristiane iniziate alla fine di agosto dopo l’uccisione del leader di un’organizzazione della destra induista. Nonostante le proteste delle comunità internazionale, comprese l’ultimo richiamo dell’Unione Europea, le violenze continuano e rischiano di contagiare anche altri stati. Secondo padre Carlo Torriani, missionario del Pime, gli estremisti indu starebbero per programmare nuovi attacchi anche in Maharashtra, lo stato di Mumbai, dove esiste una consolidata tradizione di convivenza interreligiosa.
mercoledì 1 ottobre 2008
Divieto anti fumo nel giorno del Mahatma
Su Apcom
L’India, uno degli ultimi paradisi dei fumatori, da domani mette al bando le sigarette nei luoghi pubblici. Nei ristoranti, hotel, stazioni, aeroporti, uffici, autobus, negozi e fabbriche entra in vigore il divieto di fumo. La multa per i trasgressori sarà di 200 rupie (circa 3 euro) e le autorità hanno promesso controlli a tappeto.
Per un Paese, dove la salute pubblica è spesso ignorata, sarà una vera e propria rivoluzione. E’ significativo che per applicare la legge anti fumo sia stata scelta la data del 2 ottobre, anniversario della nascita del Mahatma Gandhi e dall’anno scorso anche Giornata Mondiale della Non Violenza. Per rispetto al “padre della patria” in questo giorno, che è festività pubblica, sono vietati la vendita e il consumo di alcolici su tutto il territorio nazionale. Il Mahatma aveva adottato uno stile di vita ascetico ed era contrario al consumo di carne, alcolici e di “bindi”, come sono chiamate le sigarette fatte a mano.
Il bando è stato fortemente voluto dal ministro della sanità, il medico e “salutista” Ambumani Ramadoss secondo il quale il 40 per cento dei problemi di salute della popolazione è causata dalle sigarette. La legge era stata contestata duramente dall’industria del tabacco e da alcuni leader politici regionali. La scorsa settimana era intervenuta anche la Corte Suprema, il massimo organo giudiziario, che ha respinto una petizione per uno slittamento dell’entrata in vigore del divieto.
L’India è il terzo produttore mondiale di tabacco e i fumatori sono 120 milioni su una popolazione di oltre un miliardo di persone. Secondo dati dell’Indian Coucil of Medical Research il fumo uccide un milione di persone all’anno.
L’India, uno degli ultimi paradisi dei fumatori, da domani mette al bando le sigarette nei luoghi pubblici. Nei ristoranti, hotel, stazioni, aeroporti, uffici, autobus, negozi e fabbriche entra in vigore il divieto di fumo. La multa per i trasgressori sarà di 200 rupie (circa 3 euro) e le autorità hanno promesso controlli a tappeto.
Per un Paese, dove la salute pubblica è spesso ignorata, sarà una vera e propria rivoluzione. E’ significativo che per applicare la legge anti fumo sia stata scelta la data del 2 ottobre, anniversario della nascita del Mahatma Gandhi e dall’anno scorso anche Giornata Mondiale della Non Violenza. Per rispetto al “padre della patria” in questo giorno, che è festività pubblica, sono vietati la vendita e il consumo di alcolici su tutto il territorio nazionale. Il Mahatma aveva adottato uno stile di vita ascetico ed era contrario al consumo di carne, alcolici e di “bindi”, come sono chiamate le sigarette fatte a mano.
Il bando è stato fortemente voluto dal ministro della sanità, il medico e “salutista” Ambumani Ramadoss secondo il quale il 40 per cento dei problemi di salute della popolazione è causata dalle sigarette. La legge era stata contestata duramente dall’industria del tabacco e da alcuni leader politici regionali. La scorsa settimana era intervenuta anche la Corte Suprema, il massimo organo giudiziario, che ha respinto una petizione per uno slittamento dell’entrata in vigore del divieto.
L’India è il terzo produttore mondiale di tabacco e i fumatori sono 120 milioni su una popolazione di oltre un miliardo di persone. Secondo dati dell’Indian Coucil of Medical Research il fumo uccide un milione di persone all’anno.
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