lunedì 31 marzo 2008

Tibet, nuove manifestazioni a Delhi davanti all'ambasciata cinese

In onda su Radio Vaticana
Mentre la staffetta della torcia olimpica partiva ieri da piazza Tienammen, nuove proteste a New Delhi costringevano la polizia indiana ad entrare in azione. Centinaia di tibetani sono stati respinti mentre tentavano di marciare verso l’ambasciata cinese per portare una petizione di 1 milione e 400 mila firme raccolta via internet e dove si chiedeva a Pechino di riaprire il dialogo con il Dalai Lama. I rappresentanti cinesi hanno anche rifiutato di accettare una petizione di alcuni esponenti del parlamento tibetano in esilio indirizzata a Hu Jintao in cui si chiede di liberare le persone arrestate e di aprire il Tibet ai soccorsi e agli approvvigionamenti. Hanno riferito che tre grandi monasteri di Sera, Gaden e Drepung sarebbero da giorni senza acqua, cibo e elettricità.
Ma Pechino ieri ha alzato il tiro. Secondo l’agenzia di stampa statale Xinhua, le autorità avrebbero raccolto la confessione di un sospetto rivoltoso che proverebbe la complicità del Dalai Lama del suo governo nei disordini del 14 marzo.
Intanto il capitano della nazionale indiana di calcio, Baichung Bhutia, ha annunciato il suo rifiuto di portare la fiaccola olimpica quando farà tappa a Delhi il prossimo 17 aprile.

I Deobandi: rubare la corrente è contro il Corano

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Rubare la corrente elettrica è un’attività contraria alla legge coranica. A dichiararlo è la scuola islamica di Deobandi che ha emesso una “fatwa” contro la pratica di allacciarsi illegalmente alle linee elettriche per non pagare la bolletta. “L’Islam non permette il furto e quindi le connessioni abusive alla rete elettrica violano i precetti della religione islamica” hanno decretato le autorità religiose della Darul Uloom Deoband, la scuola coranica fondata nel 1867 a Deoband, a 140 chilometri a nord est di Delhi e che è considerata la seconda per importanza al mondo dopo l’università al-Azhar del Cairo. Gli “ulama” Deobandi sono di solito messi in relazione con i talebani che si ispirano a questa scuola particolarmente conservatrice nell’interpretazione dell’Islam.
La controversia era nata in seguito ad una petizione di un fedele mussulmano che aveva chiesto alle autorità religiose se “usare illegalmente la corrente elettrica per cuocere i cibi durante il periodo del Ramadan era permesso dalla legge coranica”.
Gli allacciamenti abusivi sono molto frequenti in India soprattutto nelle aree rurali. Secondo stime del governo, il 42% della corrente elettrica distribuita è sottratta illegalmente.

domenica 30 marzo 2008

La torcia olimpica in piazza Tiennamen, ma continuano le proteste

In onda su Radio Vaticana
E’ arrivata oggi a Pechino in piazza Tienammen nelle mani di Hu Jintao la fiaccola olimpica dopo essere stata contestata anche ieri fuori dallo stadio del marmo di Atene dove si svolgeva la cerimonia di consegna della torcia al presidente del comitato olimpica cinese Liu Qi. In occasione dell’evento di stamattina trasmesso in diretta televisiva, le autorità hanno dispiegato un massiccio cordone di forze di sicurezza per paura di nuove dimostrazioni. La staffetta ripartirà poi per un viaggio attraverso 19 paesi, tra cui l’India dove sarà a New Delhi il prossimo 17 aprile. Nella capitale indiana, ieri per provocazione, diverse decine di tibetani hanno acceso una fiaccola per l’indipendenza, come l’hanno chiamata, che seguirà lo stesso percorso della fiamma di Olimpia per ritornare ad agosto a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio.
Intanto la tensione a Lhasa rimane alta dopo le nuove proteste di sabato davanti a un tempio secondo quanto riportato dagli attivisti tibetani. Disordini anche a Katmandu dove sono stati arrestati 130 manifestanti davanti all’ufficio dell’ambasciata cinese. Centinaia di tibetani sono stati respinti e picchiati con i bastoni dalla polizia nepalese.

sabato 29 marzo 2008

Vittorio Missoni: in India mancano gli spazi per le grandi firme

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“Il più grosso problema per l’ingresso delle marche del lusso in India è la mancanza di spazi commerciali, di negozi multibrand e di strutture dedicate al retail”. Sono le parole di Vittorio Missoni, ospite a Nuova Delhi ad un seminario di due giorni dedicato all’industria del lusso, che non nasconde le difficoltà di operare sul mercato indiano. Nonostante la crescita dell’8-9% degli ultimi 4 anni e una classe di 30 milioni di ricchi consumatori, l’India non è ancora riuscita a sviluppare un vero mercato per i prodotti di fascia alta. A Nuova Delhi o a Mumbai non esistono “fashion street” e la maggior parte delle “griffe” internazionali sono confinate negli hotel a cinque stelle. I nuovi progetti di apertura di centri commerciali alla periferia delle metropoli sono in ritardo e comunque non sembrano soddisfare le esigenze delle firme internazionali che sono abbastanza scettiche sulla tipologia di acquirenti che frequenteranno i futuri “mall” ora in costruzione.
Lo stesso Missoni, che è anche vicepresidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, non è ancora presente sul mercato indiano, mentre in Cina ha già aperto tre negozi in franchising. “Se riusciremo a trovare gli spazi adeguati a Mumbay o a Delhi, prevediamo di inaugurare il primo punto vendita tra un anno o un anno e mezzo”.
Un altro ostacolo è il livello ancora alto di protezionismo che, nonostante le recenti liberalizzazioni promosse dal governo di Manmohan Singh, penalizza gli investimenti e l’esportazione di prodotti di fascia alta, come la moda, il vino o i liquori. A causa dei dazi doganali e tasse d’importazione, i prezzi dei beni di lusso stranieri sono più alti dal 20 al 40% rispetto a Londra, Dubai o Singapore. L’accesso al mercato è stato aperto solo nel 2006 per i negozi monomarca. Inaugurando la conferenza organizzata dal quotidiano Hindustan Times e quest’anno dedicata all’Italia, il ministro del commercio estero Kamal Nath ha annunciato la possibilità di aumentare il tetto del 51% di partecipazione straniera nelle joint venture per il retail monobrand. Ma si tratta di una decisione “sensibile” perché “occorre tenere presente che il 97% del commercio appartiene al settore informale. Vogliamo proteggere i negozi a conduzione famigliare – ha detto - ma anche favorire la creazione di posti di lavoro”.

Dalai Lama: "aiutatemi, io posso solo pregare per il Tibet",

In onda su Radio Vaticana
Da New Delhi dove si trova per un ritiro spiriotiale, il Dalai Lama ha rivolto un nuovo accorato appello alla comunità internazionale per risolvere la grave crisi in Tibet. “Per favore aiutateci - ha detto - noi non abbiamo nessun potere se non quello della giustizia, della verità e della sincerità. Io posso solo pregare, ma per il resto sono impotente” - ha aggiunto il 72 enne leader spirituale tibetano che stamattina ha partecipato ad una riunione di preghiera interconfessionale al mausoleo del Mahatma Gandhi. Il Dalai lama aveva già fatto appello ieri alle autorità di Pechino perché riaprissero il dialogo. Davanti ai giornalisti ha poi denunciato l’”aggressione demografica” che sta avvenendo in Tibet. A Lhasa i i tibetani rimasti sarebbero 100 mila, appena la metà degli immigrati cinesi. “La Cina è uno stato di polizia – ha poi aggiunto e il Tibet ha adottato una legge del terrore”. Secondo fonti tibetane 140 persone sarebbero state uccise nelle settimane di repressione delle proteste antigovernative e un migliaio sarebbero gli arresti indiscriminati.
Dopo la missione dei giornalisti, che si è già conclusa, oggi rientra dal Tibet anche la delegazione di diplomatici di 15 Paesi invitati dal governo di Pechino che aveva accusato il Dalai Lama e i suoi sostenitori di aver sobillato e organizzato le proteste per screditare l’immagine della Cina a cinque mesi dall’inizio dei Giochi Olimpici.

venerdì 28 marzo 2008

Dalai Lama: "scongiurare una profonda frattura tra le due parti"

In onda su Radio Vaticana

Da New Delhi dove si trova per un ritiro spirituale, il Dalai Lama ha reiterato oggi il suo appello al dialogo con Pechino. In un comunicato ha invitato i leader cinesi “ a dare prova di saggezza” e a “scongiurare una frattura profonda tra le due parti”. Poi ha però accusato i mezzi di informazione nazionali di aver utilizzato “immagini ingannevoli e distorte” per riferire delle manifestazioni antigovernative di queste due settimane.
Per la prima volta le autorità di Pechino hanno ammesso che tra le vittime degli scontri a Lhasa ci sono anche dei tibetani oltre che dei cinesi di etnia Han. Il vicepresidente della Regione Autonoma Tibetana ha detto che tra le 19 vittime confermate ci sarebbero anche tre tibetani, secondo quanto riferito dal quotidiano “China Daily” che ha riportato anche le proteste dell’altro ieri durante il tour guidato dei giornalisti. Dopo la stampa, il governo centrale ha invitato oggi in Tibet anche una delegazione diplomatica di 15 Paesi che sarà di ritorno già domani.
Intanto la comunità internazionale e anche gli stessi atleti sembrano divisi sull’ipotesi di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi l’8 agosto, ipotesi lanciata dal presidente francese Sarkozy, ma respinta oggi anche dalla speaker del congresso americano, la democratica Nancy Pelosi, notoriamente una convinta sostenitrice della causa tibetana.

Andrea Illy vuole aprire 35 bar all'italiana


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Continua l’espansione di Illy Caffè in India con un nuovo accordo di franchising che prevede l’apertura di 35 caffetterie nei prossimi 5 anni. Oggi a Nuova Delhi il presidente del gruppo triestino Andrea Illy ha affidato alla società indiana Narang lo sviluppo di una catena di bar all’italiana. Il primo locale aprirà già ad aprile nel nuovo aeroporto di Bangalore, “mentre per la fine dell’anno è prevista l’apertura del flagship store a Mumbai” ha detto in una conferenza stampa in cui è stata firmata l’intesa di franchising. “Il consumo di caffè in India sta rapidamente aumentando di pari passo con l’espansione del potere di acquisto e la crescita economica – ha aggiunto Illy che prevede “che nei prossimi 5-7 anni il volume consumato di caffè in India raggiungerà quello italiano che è di oltre 90 mila tonnellate all’anno”.
La catena “Espressamente Illy”, lanciata nel 2003, conta oggi 180 caffetterie, di cui la metà in Italia. In Asia esistono 14 accordi di franchising. I prodotti Illy sono già presenti negli hotel e ristoranti delle principali metropoli indiane da circa 5 anni grazie a un accordo di distribuzione con lo stesso partner, la famiglia Narang che è attiva nel catering per le compagnie aeree, nel settore alberghiero e nella ristorazione fast food. “Il primo anno sarà un anno pilota – continua spiega Illy – poi abbiamo in progetto di formare una joint venture”. L’investimento previsto per l’apertura di ogni caffetteria si aggira sui 200-300 mila euro. Un anno fa Illy aveva aperto a Bangalore una sede dell’Università del Caffè che ha già “laureato” 130 studenti nelle varie specializzazioni, dallo studio del chicco di caffè alla professione di barista.
Il mercato indiano della “tazzina” è attualmente dominato da alcune catene locali tra cui Coffee Day e Barista. Quest’ultima, che conta circa 150 punti vendita, era stata acquistata dall’italiana Lavazza circa un anno fa.