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mercoledì 30 novembre 2011

Dalai Lama a conferenza buddista a New Delhi, nessun riferimento a Cina

Il Dalai Lama e' intervenuto oggi a un'importante conferenza internazionale sul buddismo - organizzata a New Delhi per celebrare i 2.600 anni della sua diffusione nel mondo - nonostante la richiesta della Cina di annullare l'evento. Ma il leader spirituale tibetano si e' limitato a parlare di religione, pace e ambiente evitando qualsiasi riferimento a Pechino. Secondo quanto riportano i media indiani, gli organizzatori dell'evento, l'Ashoka Mission, hanno poi annullato all'ultimo momento la conferenza stampa che avrebbe dovuto tenersi dopo il discorso del premio Nobel per la Pace. Ai giornalisti che lo hanno avvicinato chiedendo un parere sulle pressioni cinesi, il Dalai Lama ha risposto: ''E' una questione politica. Non posso commentare''. La scorsa primavera il Dalai Lama si era dimesso da ogni carica politica della diaspora tibetana. La scorsa settimana Pechino aveva ufficialmente ammonito New Delhi a non ''offrire una piattaforma ai proclami anti-cinesi'' del Dalai Lama creando un nuovo attrito con il secondo gigante asiatico. La crisi ha causato anche il rinvio sine die di un nuovo round di negoziati sull'annosa questione della delimitazione dei confini, in calendario in questi giorni. La conferenza religiosa, che si e' chiusa oggi e a cui hanno partecipato 900 monaci di 46 Paesi del mondo, e' stata organizzata per celebrare i 2.600 anni del buddismo ed e' stato il primo happening di questo genere in India, dove e' nato e vissuto lo stesso Buddha.

martedì 4 ottobre 2011

Dalai Lama senza visto rinuncia a visita in Sudafrica

Il Dalai Lama, il leader spirituale dei tibetani, ha cancellato una visita in Sudafrica in occasione degli 80 anni dell'arcivescovo Desmond Tutu a causa del mancato rilascio del visto di ingresso. Il governo di Pretoria ha detto che la pratica era stata presentata in ritardo, ma secondo i sostenitori dei tibetani si tratta di un cedimento alle pressioni di Pechino che ha degli stretti legami economici e commerciali con il paese africano. Il 76 enne Dalai Lama, che di recente si è dimesso da capo politico della diaspora tibetana lasciando l'incarico a un premier eletto democraticamente, avrebbe dovuto visitare il Sudafrica da giovedi fino al 14 ottobre su invito del centro per la pace Desmond Tutu. Nei prossimi giorni erano in programma diverse conferenze e celebrazioni del compleanno il 7 ottobre del famoso religioso anti apartheid insieme ad altre celebrità come il cantante Bono, l'ex presidente Usa Jimmy Carter e l'ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan. Il Dalai Lama avrebbe dovuto anche presentare una biografia dell'arcivescovo da lui spesso definito come "un fratello spirituale maggiore". Secondo un comunicato dell'ufficio del governo tibetano di New Delhi, la domanda per il visto era stata avviata a fine agosto e il passaporto era stato consegnato due settimane fa all'ambasciata del Sudafrica di New Delhi. Nonostante le sollecitazioni dello stesso Tutu e le proteste degli attivisti per il temporeggiamento del governo di Jacob Zuma, "il permesso non è arrivato in tempo". "Siamo convinti - prosegue la nota - che ci sia una ragione o delle ragioni che hanno spinto il governo sudafricano a non ritenere opportuno il rilascio". E' la seconda volta che il Premio Nobel per la Pace non ottiene il visto di ingresso nel Paese di Nelson Mandela. Già nel 2009 le autorità sudafricane avevano respinto una sua partecipazione a una conferenza insieme ad altri famosi pacifisti. Da allora la Cina, primo partner commerciale, avrebbe "ricompensato " il governo sudafricano con generosi investimenti. Durissima la reazione del centro per la pace Desmond Tutu che ha definito oggi "il giorno più nero" per la mancata visita del Dalai Lama a Città del Capo. "Non ho parole per spiegare quanto mi senta triste. E' il giorno più nero. Le nostre autorità non hanno neanche tentato di rispondere alla domanda" per il visto, ha detto la portavoce Nomfunda Wazala. Prevedendo un rifiuto, nei giorni scorsi diverse personalità di erano mobilitate per sostenere la richiesta del Dalai Lama, tra cui anche la dissidente birmana Aung San Suu Khy Da parte sua il portavoce del ministero degli esteri sudafricano, Clayson Monyela, ha dichiarato che "purtroppo il Dalai Lama ha deciso di annullare il viaggio. E' una sua decisione e ne prendiamo nota". Secondo Monyela, "l'originale del passaporto è stato presentato soltanto il 20 settembre, data facente testo per la domanda completa del viaggio". Il Dalai Lama avrebbe dovuto partecipare anche alla consegna di un premio dedicato al Mahatma Gandhi, l'apostolo della non violenza vissuto in Sudafrica prima di iniziare le sue battaglie contro il dominio britannico in India. Dopo aver ricordando che "Sua santità viaggia in tutto il mondo per promuovere valori universali, armonia religiosa, messaggi di pace e di tolleranza" il comunicato si conclude con una nota di rammarico "per il disturbo arrecato a coloro che lo dovevano ospitare e a un grande numero di sudafricani che avrebbero voluto sentire il suo messaggio''.

domenica 8 novembre 2009

Il Dalai Lama sfida la Cina da Tawang


A circa 40 km dal confine con il Tibet, in una regione ricca di antichi monasteri buddisti e rivendicata da Pechino, il Dalai Lama ha lanciato ieri un nuovo appello per i diritti di sei milioni di tibetani. Il leader spirituale e premio nobel per la pace è arrivato ieri tra i picchi himalayani di Tawang, a nord dello stato dell’Arunachal Pradesh accolto da migliaia di monaci, per una visita di una settimana dedicata a inaugurare un museo, un ospedale e a incontri di preghiera. Nonostante abbia definito la visita “priva di significato politico”, la sua presenza oltre che a infuriare Pechino, si presenta come un nuovo punto di frizione nelle relazioni tra India e Cina . Ignorando le forti pressioni di Pechino e a differenza dell’anno scorso, il governo di New Delhi ha autorizzato questo viaggio del Dalai Lama che coincide tra l’altro con il cinquantesimo anniversario della sua fuga da Lhasa terminata proprio in Arunachal Pradesh dove fu accolto dai diplomatici indiani. La Cina aveva anche criticato una visita del primo ministro indiano Manmohan Singh giunto nel remoto stato himalayano il mese scorso per un comizio elettorale. Ma la preoccupazione di Pechino è anche un'altra. A Tawang sorge uno dei più grandi e antichi monasteri buddisti appartenente alla setta Gelupa, la stessa del Dalai lama. E’ anche il luogo natale del sesto Dalai Lama vissuto nel XVII secolo. Una regione ricca di significati storici e religiosi per i tibetani e forse determinante anche per la scelta del loro futuro leader spirituale.

martedì 31 marzo 2009

Dalai Lama: i nostri computer di Dharamsala sono spiati dai cinesi

Il Dalai Lama ha accusato il governo cinese di spiare i messaggi di posta elettronica del suo ufficio a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio. In una affollata conferenza stampa ieri a Delhi , in occasione del 50 esimo anniversario della sua fuga in India, il leader spirituale dei tibetani ha raccontato di come le comunicazioni via e-mail tra il suo ufficio sulla collina di Mc Leodganj e la segreteria centrale del governo siano intercettate. In un caso specifico le autorità cinesi sarebbero intervenute per impedire che un visitatore ottenesse il visto di ingresso in India. La scorsa settimana un centro studi canadese aveva rivelato che una rete di pirati informatici cinesi spiava i computer di oltre 100 paesi e anche di quelli dei tibetani in esilio. Notizia seccamente smentita da Pechino.
Il Dalai Lama, che si è definito “figlio dell’India”, Paese dove è nato il buddismo, ha poi accusato Pechino di propagandare una realtà falsificata in Tibet e ha sfidato il governo di cinese chiedendo che lasci entrare liberamente i giornalisti e osservatori imparziali in modo che verifichino la disperata situazione dei diritti umani di 6 milioni di abitanti. “Se risulta che i tibetani sono contenti come i cinesi vogliono fare intendere – ha detto - allora siamo pronti ad abbandonare la nostra battaglia”

Dalai Lama, 50 anni da rifugiato. "La Cina deve lasciare entrare i giornalisti in Tibet"

Era il 30 marzo del 1959 quando l'allora ventiquattrenne Dalai Lama attraversò in incognito il confine con l'India dopo un viaggio di 13 giorni attraverso i picchi dell'Himalaya. La notizia del suo arrivo si seppe solo il giorno dopo quando fu accolto dal primo ministro Jawaharlal Nehru e da altri leader della resistenza indiana.
Dopo 50 anni da rifugiato nella patria del buddismo, il leader tibetano é ancora il nemico numero uno della Cina e il suo movimento non violento per i diritti di 6 milioni di tibetani é ancora una delle spine del fianco del governo di Pechino. Definendosi "figlio dell'India" per i profondi legami spirituali e religiosi e presentatosi alla stampa con il "tikka" sulla fronte che per gli induisti rappresenta il “terzo occhio” della conoscenza, il Dalai Lama ha fatto il punto oggi a Nuova Delhi sul suo mezzo secolo di esilio forzato e sui rapporti con la Cina soprattutto dopo il rifiuto del visto di ingresso da parte del Sudafrica e il recente attacco dei pirati informatici cinesi.
"Mi dispiace di non aver potuto incontrare i miei vecchi amici Mandela e l'arcivescovo Tutu - ha detto - ma il rifiuto del visto ha sollevato un tale clamore nel mondo che mi trovo ora a dover ringraziare sinceramente i cinesi per tanta pubblicitá". La prevista conferenza dei premi Nobel in Sudafrica per la pace è infatti stata sospesa.
Facendo poi un excursus storico degli otto round di negoziati con le autoritá cinesi finora infruttuosi, ha detto che la questione "non é il diritto al mio ritorno in Tibet", quanto “i diritti di 6 milioni di tibetani”. “Se noi siamo rifugiati qui in India – ha aggiunto – non è perché siamo fuggiti ad un disastro naturale o a una guerra civile, ma per la situazione disperata del rispetto dei diritti umani in Tibet”. Il leader spirituale, che si è recato in mattinata in un pellegrinaggio interreligioso in otto centri di culto nella capitale, ha poi attaccato Pechino per la sua propaganda “rosa” che distorce la realtà in Tibet, come nel caso della commemorazione del 28 marzo del “Serfs Emancipation Day” (il giorno della liberazione dei servi) che in realtà segna l’inizio della repressione della rivolta di Lhasa, ma che Pechino celebra come il rovesciamento dell’ordine feudale tibetano. “Se veramente la situazione è rosea come i cinesi la dipingono – ha detto – allora non vedo il bisogno di chiudere il Tibet agli osservatori stranieri e di schierare l’esercito e i carri armati in ogni angolo”.
Rivolgendosi ai giornalisti, il Dalai Lama, ha fatto appello al governo cinese perché permetta i giornalisti e ai turisti stranieri di visitare il Tibet. “Andate a vedere se veramente i tibetani sono contenti come i cinesi vogliono far intendere. Se è davvero così, se è vero che sono felici della loro condizione, allora noi rinunciamo alla nostra battaglia”.
Il settantatreenne leader spirituale è anche intervenuto a proposito della crisi economica mondiale, un tema che sarà al centro della riunione del G20 prevista a Londra . “Sono ignorante in materia economica – ha ammesso – ma penso che le forze di mercato non piovano da cielo, ma sono frutto di azioni umane e non si possono quindi invocare come cause della crisi. E’ una contraddizione”. La vera causa invece “è la mancanza di principi, l’ipocrisia e la disonestà”.
Rispondendo invece ad una domanda se non avesse rimpianti in questi 50 anni di esilio, il Dalai Lama ha detto che “da quando ho 16 anni le decisioni che ho preso si sono rivelate corrette” e ha citato il suo approccio moderato della “via di mezzo” sull’autonomia per il Tibet, che era stato messo in discussione un anno fa, ma che la comunità tibetana ha di nuovo confermato come strumento di rivendicazione politica.

lunedì 2 febbraio 2009

Dalai Lama ricoverato a Delhi, nulla di grave

Ha destato molta apprensione tra la comunità tibetana il ricovero improvviso del Dalai Lama in un ospedale di New Delhi per dolori ad un braccio. In realtá si è trattata si una semplice distorsione per il settantatreenne leader spirituale che é giá ritornato a Dharamsala dopo aver effettuato alcuni test. Il suo portavoce Tanzin Takla ha detto che partirá come previsto l’8 febbraio per un tour in alcune capitali europee. Nulla di grave quindi, anche se le condizioni di salute del Dalai Lama, reduce da un’operazione chirurgica a dicembre a Delhi e da un altro ricovero a Mumbai lo scorso agosto, sollevano sempre una certo allarmismo.
La questione della successione del capo spirituale tibetano, la cui leadership politica é stata riconfermata nel conclave di Dharamsala a novembre, presenta ancora molte incognite. Intanto cresce la tensione con il governo cinese che di recente ha accusato il Dalai Lama di promuovere la schiavitù e di gestire un sistema feudale quando era al potere a Lhasa mezzo secolo fa prima di fuggire in India. I tibetani si preparano a celebrare durante il mese di marzo con manifestazione pacifiche in tutto il mondo il cinquantenario dell’insurrezione contro l-occupazione cinese che coincide anche con il primo anniversario della sanguinosa rivolta in Tibet contro le Olimpiadi di Pechino.

giovedì 10 aprile 2008

Tibet, si prevedono nuove proteste anti-torcia a Buenos Aires

Arriverà tra poche ore a Buenos Aires la fiaccola olimpica per la sua unica sosta nel continente sudamericano. Dopo le turbolenti tappe di Parigi, Londra e San Francisco, nuove azioni di protesta sono attese anche in Argentina. La staffetta sarà sorvegliata da un cordone di 1200 poliziotti e 1500 agenti della prefettura navale dispiegati lungo i 14 chilometri del percorso. E’ in arrivo negli Stati Uniti, esattamente a Seattle, anche il Dalai Lama, per un seminario di cinque giorni. Si tratta di una visita “che non ha valenze politiche” secondo le parole del leader spirituale che dal Giappone ha ribadito il suo favore allo svolgimento dei Giochi di Pechino. Si moltiplicano però gli appelli a disertare la cerimonia di inaugurazione dell’8 agosto. Il Parlamento di Bruxelles, in una risoluzione approvata a larga maggioranza, ha chiesto ai governi europei di valutare un eventuale boicottaggio nel caso in cui Pechino non avvii subito un dialogo con il Dalai Lama.
Intanto la Cina ha annunciato di aver smantellato due organizzazioni terroristiche islamiche attive nella provincia dello Xinjiang, popolata dalla minoranza mussulmana degli uighuri. Le cellule erano pronte a organizzare attacchi suicidi a Pechino e Shangai durante le Olimpiadi. La scorsa settimana la polizia ha arrestato 35 presunti militanti con l’accusa di voler sequestrare atleti, giornalisti e spettatori dei Giochi.

sabato 29 marzo 2008

Dalai Lama: "aiutatemi, io posso solo pregare per il Tibet",

In onda su Radio Vaticana
Da New Delhi dove si trova per un ritiro spiriotiale, il Dalai Lama ha rivolto un nuovo accorato appello alla comunità internazionale per risolvere la grave crisi in Tibet. “Per favore aiutateci - ha detto - noi non abbiamo nessun potere se non quello della giustizia, della verità e della sincerità. Io posso solo pregare, ma per il resto sono impotente” - ha aggiunto il 72 enne leader spirituale tibetano che stamattina ha partecipato ad una riunione di preghiera interconfessionale al mausoleo del Mahatma Gandhi. Il Dalai lama aveva già fatto appello ieri alle autorità di Pechino perché riaprissero il dialogo. Davanti ai giornalisti ha poi denunciato l’”aggressione demografica” che sta avvenendo in Tibet. A Lhasa i i tibetani rimasti sarebbero 100 mila, appena la metà degli immigrati cinesi. “La Cina è uno stato di polizia – ha poi aggiunto e il Tibet ha adottato una legge del terrore”. Secondo fonti tibetane 140 persone sarebbero state uccise nelle settimane di repressione delle proteste antigovernative e un migliaio sarebbero gli arresti indiscriminati.
Dopo la missione dei giornalisti, che si è già conclusa, oggi rientra dal Tibet anche la delegazione di diplomatici di 15 Paesi invitati dal governo di Pechino che aveva accusato il Dalai Lama e i suoi sostenitori di aver sobillato e organizzato le proteste per screditare l’immagine della Cina a cinque mesi dall’inizio dei Giochi Olimpici.

venerdì 28 marzo 2008

Dalai Lama: "scongiurare una profonda frattura tra le due parti"

In onda su Radio Vaticana

Da New Delhi dove si trova per un ritiro spirituale, il Dalai Lama ha reiterato oggi il suo appello al dialogo con Pechino. In un comunicato ha invitato i leader cinesi “ a dare prova di saggezza” e a “scongiurare una frattura profonda tra le due parti”. Poi ha però accusato i mezzi di informazione nazionali di aver utilizzato “immagini ingannevoli e distorte” per riferire delle manifestazioni antigovernative di queste due settimane.
Per la prima volta le autorità di Pechino hanno ammesso che tra le vittime degli scontri a Lhasa ci sono anche dei tibetani oltre che dei cinesi di etnia Han. Il vicepresidente della Regione Autonoma Tibetana ha detto che tra le 19 vittime confermate ci sarebbero anche tre tibetani, secondo quanto riferito dal quotidiano “China Daily” che ha riportato anche le proteste dell’altro ieri durante il tour guidato dei giornalisti. Dopo la stampa, il governo centrale ha invitato oggi in Tibet anche una delegazione diplomatica di 15 Paesi che sarà di ritorno già domani.
Intanto la comunità internazionale e anche gli stessi atleti sembrano divisi sull’ipotesi di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi l’8 agosto, ipotesi lanciata dal presidente francese Sarkozy, ma respinta oggi anche dalla speaker del congresso americano, la democratica Nancy Pelosi, notoriamente una convinta sostenitrice della causa tibetana.

lunedì 24 marzo 2008

Nancy Pelosi a Dharamsala: "Siamo qui per aiutarvi"

Da Dharamsala per Apcom

In una Dharamsala avvolta da bandierine tibetane e americane è arrivata stamattina la speaker democratica della Camera dei Rappresentanti americana Nancy Pelosi a portare il suo supporto al Dalai Lama. Giunta da Nuova Delhi dove si trovava in visita insieme ad una delegazione di parlamentari, Pelosi ha usato toni duri nel denunciare la “repressione” della Cina in Tibet e ha fatto appello alla comunità internazionale per “un’inchiesta indipendente internazionale” con lo scopo di verificare se le accuse di Pechino sono vere quando dicono che il Dalai Lama ha istigato le violenze. “E’ un’accusa che non ha senso perché Sua Santità è un paladino della non violenza – ha detto in una conferenza stampa in cui ha chiesto anche al governo di Pechino di permettere l’ingresso in Tibet di ispettori internazionali, di giornalisti “perché vedano di prima persona cosa accade” e al “personale medico perché possa assistere i feriti causati dalle azioni repressive dei cinesi”. Rispondendo ad una domanda, Pelosi ha detto che intende proporre al Congresso una “risoluzione” per chiedere un’inchiesta in modo da “chiarire che non ci siano connessioni tra il Dalai Lama e gli incidenti di violenza”.
La speaker americana è considerata una delle più convinte sostenitrici della causa tibetana e in passato ha avuto una posizione molto critica verso la Cina. Era stata lei a promuovere alla fine dello scorso anno l’assegnazione della Medaglia d’Oro del Congresso al leder spirituale tibetano. L’onorificenza era stata consegnata dallo stesso presidente Bush e aveva mandato Pechino su tutte le furie.
La delegazione del Congresso si trova in visita in India per discutere con il governo di Manmohan Singh della questione del cambiamento climatico e dell’intesa sul nucleare pacifico. “E’ il nostro karma, la nostra fede a volere che siamo capitati in questo momento doloroso ed è il nostro karma aiutare la gente del Tibet” ha detto davanti a una folla di circa 2000 persone davanti al tempio adiacente al quartiere generale del Dalai Lama. Tra di loro anche molti stranieri venuti a trascorrere le feste pasquali a Dharamsala per solidarietà. Dopo aver ricevuto in segno di benedizione la tradizionale sciarpa dorata, Pelosi ha aggiunto che la situazione in Tibet “è una sfida alla coscienza del mondo”. E poi: “se non abbiamo il coraggio di denunciare quanto facendo la Cina, allora non avremmo più l’autorità morale di denunciare altre violazioni di diritti umani nel resto del mondo”. Il suo discorso è stato interrotto più volte da lunghi applausi e da ampi segni di assenso del Dalai Lama, seduto a fianco, che più tardi, davanti alla stampa, l’ha definita “una speaker di una grande nazione campione di libertà e di democrazia”.
L’arrivo della delegazione parlamentare (a rappresentare i repubblicani il deputato James Sensenbrenner, intervenuto davanti ai giornalisti) è stato salutato da monaci e scolaresche lungo la strada principale di Mcleodganj, la borgata superiore di Dharamsala, che dal 1959 ospita la residenza e l’ufficio del Dalai Lama. Da una decina di giorni è in corso una serrata generale dei negozi e ristoranti gestiti da tibetani. Lungo i muri e ai balconi sono state affisse gigantografie delle raccapriccianti immagini dei dimostranti uccisi e torturati dalla polizia in Tibet, mentre un gruppo di esponenti del governo tibetano in esilio è impegnato in uno sciopero della fame ad oltranza.

Tibet, Cina respinge inchiesta internazionale suggerita dalla Pelosi

Da Dharamsala per la Radio Vaticana
Mentre aumenta il bilancio delle vittime in Tibet, le autorità cinesi sembrano essere sorde alla pressione della comunità internazionale. Il portavoce del ministro degli esteri ha respinto oggi la richiesta dalla speaker della Camera americana Nancy Pelosi per un'inchiesta internazionale allo scopo di fare luce sulla repressione dei dimostranti tibetani. Ha aggiunto inoltre che i governi di quasi cento nazioni sostengono gli sforzi di Pechino per preservare l'integrità territoriale e la stabilità del Tibet.In un duro editoriale, il Quotidiano del Popolo chiede alle autorità cinesi di schiacciare con risolutezza quella che chiama "la cospirazione per un Tibet indipendente" e accusa di nuovo il Dalai Lama di aver fomentato le violenze. In un nuovo bilancio aggiornato, l'agenzia Xinhua riferisce di 22 morti dei disordini della scorsa settimana, ma per il governo in esilio sarebbero 99, di cui 80 a Lhasa.Anche oggi a Mcleoganj, la borgata di Dharamsala, dovesorge il quartiere generale del Dalai Lama, le saracinesche sono state abbassate in segno di lutto. Per tutto il giorno, davanti al tempio e lungo le strade del paese sono sfilate diverse centinaia di persone scandendo slogan anti cinesi e chiedendo l'intervento dell'Onu. Alcuni monaci mostravano l'immagine del Mahatma Gandhi accanto a quella del Dalai Lama.

Tibet, Dalai Lama incontra Nancy Pelosi

Da Dharamsala su Radio Vaticana

Le autorità cinesi hanno diffuso su internet le forosegnaletiche di 19 super ricercati sospettati di averorganizzato i disordini e i saccheggi di Lhasa dellascorsa settimana. Le fotografie sono state ricavate dariprese video. Sono stati indicati anche i numeri ditelefono d’emergenza dove i cittadini possonorivolgersi per fornire segnalazioni utili alla lorocattura. Nonostante gli appelli della comunitàinternazionale, la Cina continua il suo pugno di feroin Tibet e nelle province dove continuano ildispiegamento di truppe e i rastrellamenti casa percasa. Secondi gli attivisti tibetani sarebbero mille lepersone catturate nei raid della polizia, mentre leautorità hanno iniziato a espellere gli ultimigiornalisti che erano entrati a Lhasa. Nella provinciadi Sichuan molte persone avrebbero perso la vita nellemanifestazioni, ma le autorità cinesi hanno confermato ilferimento di quattro rivoltosi. Intanto oggi a Dharamsala il Dalai lama haincontrato una delegazione di parlamentari americaniguidati dalla speaker democratica Nancy Pelosi che ha dato il pieno appoggio al leader spirituale.Davanti a una folla di 2000 persone Pelosi hadenunciato la repressione cinese e ha chiesto un’inchiesta indipendente per verificar le accuse di Pechino secondo le quali sarebbe stato il Dalai Lama a fomentare la rivolta. La speaker democratica, tra gli applausi ha detto che la situazione in Tibet "è unasfida alla coscienza del mondo”.

mercoledì 19 marzo 2008

Nancy Pelosi arriva in India. Previsto incontro con Dalai lama a Dharamsala

Su Apcom
Da oggi la democratica Nancy Pelosi, presidente della Camera, è in India per una visita di cinque giorni che prevede anche un incontro con il Dalai lama a Dharamshala, sede del governo tibetano in esilio. Al primo punto delle discussioni con la leadership indiana ci sarebbe l’accordo indo-americano sul nucleare civile che è fortemente ostacolato dai partiti comunisti che appoggiano la coalizione di Manmohan Singh e che hanno minacciato di causare una crisi di governo. La Casa Bianca sta facendo pressione su Nuova Delhi perché sblocchi l’intesa entro luglio prima della sospensione pre elettorale del Congresso americano.
La visita di Pelosi sarà “India Only”, ovvero non comprenderà anche una tappa in Pakistan come è consuetudine nelle visite di parlamentari stranieri.
Alla luce dei tragici avvenimenti in Tibet di questi ultimi giorni, parte dell’agenda sarà dedicata anche ai rapporti tra Cina e India. Nuova Delhi, che dal 1959 ospita e assiste il Dalai Lama, ha impedito a manifestanti tibetani di iniziare una marcia da Dharamsala a Lhasa per protestare contro i Giochi Olimpici e il passaggio della torcia sull’Everest. La leader democratica dovrebbe incontrare il Dalai Lama venerdì, ma il suo programma non è stato reso noto dall’ambasciata Usa di Nuova Delhi per motivi di sicurezza. Ad assistere all’incontro dovrebbe esserci anche l’attore Richard Gere, uno dei più convinti sostenitori della causa tibetana. Era stata proprio Pelosi a promuovere il conferimento della Medaglia d’Oro del Congresso al Dalai Lama. Il prestigioso riconoscimento, assegnato lo scorso ottobre, aveva mandato Pechino su tutte le furie.

martedì 18 marzo 2008

Appello del Dalai Lama alla non violenza: "se la situzione degenera mi dimetto"


Su Il Giornale

E’ un appello disperato quello lanciato ieri dal Dalai Lama sempre più preoccupato per l’ondata di violenza che da una settimana sta insanguinando il Tibet. Di fronte alla dura repressione di Pechino e all’impossibilità di fermare le protesta contro i Giochi Olimpici di agosto, il settantaduenne leader tibetano ha minacciato le sue “dimissioni” se la situazione dovesse degenerare. Dal suo quartiere generale di Dharamsala, in India, ha detto ai giornalisti di essere pronto a dimettersi dalla sua carica di capo dello stato nel caso in cui il confronto tra i dimostranti e la polizia cinese dovesse trasformarsi in un altro bagno di sangue. Il Premio Nobel per la Pace ha ricordato i valori gandhiani della non violenza con un forte richiamo che è indirettamente anche un’ammissione di impotenza ad intervenire in una crisi che sembrerebbe ormai fuori dal suo controllo. “La violenza è grave, contraria alla natura umana, è quasi un suicidio – ha detto - Anche se mille tibetani sacrificassero la loro vita, non cambierebbe nulla”. E poi ha continuato: “Se le passioni delle due parti si placheranno, potremo lavorare insieme” precisando che “dobbiamo costruire dei buoni rapporti con i cinesi per vivere fianco a fianco”. Si tratta di un invito al dialogo che è in chiara contraddizione con le dure denunce di due giorni fa quando aveva accusato il governo di Pechino di “genocidio culturale” e di instaurazione di un “regime del terrore”. Sembrerebbe quasi che il Dalai Lama, dopo i toni battaglieri del 10 marzo, l’anniversario dell’insurrezione anti cinese del 1959 che ha scatenato la rivolta, sia ritornato sui binari pacifisti della sua strategia del “middle path”, la “via di mezzo”, un approccio moderato alla rivendicazione dell’autonomia del Tibet, però contestata da alcune frange radicali della diaspora. Anche ieri da Dharamsala, ha ribadito che “l’indipendenza è fuori discussione” rispondendo così alle accuse mosse alcune ore prima da Wen Jiabao. Il primo ministro cinese, in un intervento televisivo, ha di nuovo puntato il dito contro la “cricca del Dalai Lama” che avrebbe fomentato gli incidenti alo scopo di “sabotare le Olimpiadi” che “da molte generazioni sono il sogno del popolo cinese”. Wen ha detto di “avere le prove ” che gli incendi e i saccheggi - che hanno causato danni per 10 milioni di euro - sarebbero stati premeditati. Ha inoltre aggiunto che la polizia ha “usato moderazione” nel sedare le rivolte in cui avrebbero perso la vita circa un centinaio di persone secondo stime del governo tibetano in esilio (mentre il bilancio delle autorità cinesi parla di 13 morti). Su alcuni siti internet circolano però alcune immagini raccapriccianti dei cadaveri di giovani tibetani e monaci vittime della repressione della polizia. Le foto sono state esposte anche durante i cortei a New Delhi e sui muri della piccola colonia degli esuli tibetani di Majnu Ka Tila, dove da una settimana è in corso una serrata generale.
Anche oggi in diverse parti del Tibet le forze dell’ordine sarebbero entrate in azione per fermare le proteste che sono dilagate del vasto territorio himalayano. Secondo quanto denuncia il governo in esilio, 19 tibetani sarebbero stati uccisi da colpi di arma da fuoco a Manchu, nei pressi di Lhasa, durante una manifestazione. Intanto la capitale tibetana rimane presidiata dai carri armati e continuerebbero anche i rastrellamenti casa per casa, come riferiscono dei testimoni oculari citati da Radio Free Asia. Tuttavia, la televisione di stato Cctv, l’unica a poter entrare a Lhasa, ha mostrato le immagini di una città tranquilla con i negozi aperti e i bambini che vanno a scuola. Sempre secondo la tv pubblica, un centinaio di rivoltosi si sarebbero arresi alla polizia dopo l’ultimatum scaduto alla mezzanotte di lunedì.

lunedì 17 marzo 2008

Tibet, scade oggi ultimatum a dimostranti

Su Radio Vaticana
L’esercito cinese è pronto a nuove azioni repressive contro i manifestanti tibetani che non si arrenderanno entro la mezzanotte di oggi quando scade l’ultimatum imposto dalle autorità di Pechino dopo i disordini scoppiati a Lhasa venerdì scorso. A temere nuova violenza è anche il Dalai Lama che ieri da Dharamshala ha detto ai giornalisti che la situazione è grave ed è diventata molto tesa. I tibetani sono molto determinati e i cinesi anche – ha detto - Il risultato non può essere che altri morti e altra sofferenza”. Secondo le stime del governo tibetano in esilio sarebbero 80 le vittime confermate degli scontri dell’altra settimana, ma le proteste si stanno estendendo nelle altre province confinate con il Tibet, tra cui il Sichuan dove ieri sono morte sette persone negli scontri con la polizia. Il governo cinese sta inviando mezzi di rinforzo e ha aumentato la sicurezza lungo il confine con l’India. In una conferenza stampa il Dalai Lama ha parlato di “regime del terrore” e di “genocidio culturale” che sarebbe in atto in Tibet, ma non ha fatto appello al boicottaggio delle Olimpiadi che inizieranno a Pechino tra 5 mesi. “Il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero. La Cina merita di accogliere i Giochi – ha detto - ma ha occorre ricordare a Pechino che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita le Olimpiadi”.

domenica 16 marzo 2008

Dalai Lama denuncia il "genocidio culturale" in Tibet ma non chiede boicottaggio Olimpiadi

Su Il Giornale
“Il popolo cinese ha bisogno di sentirsi fiero. La Cina merita di accogliere le Olimpiadi del 2008” ma occorre ricordare al governo di Pechino “che ha l’obbligo di comportarsi in modo consono a chi ospita i Giochi”. In una conferenza stampa ieri a Dharamshala, sede del governo Tibetano provvisorio, il Dalai Lama si è rifiutato di chiedere il boicottaggio dei Giochi olimpici di agosto. Una posizione che aveva già espresso prima dei tragici scontri di Lhasa e che aveva deluso parte della comunità tibetana in esilio che invece è impegnata in una campagna internazionale anti-Olimpiadi. Il 72enne leader religioso ha però usato toni molto duri nel denunciare la repressione delle manifestazioni in Tibet che avrebbero causato un centinaio di vittime e ha chiesto un’inchiesta internazionale. “Qualche organizzazione internazionale rispettata- ha dichiarato – potrebbe accertare quale sia la situazione in Tibet e quali le cause dei disordini”. Riferendosi probabilmente alla “sinesizzazione” del territorio tibetano, il Dalai Lama ha parlato di “regime del terrore” e di “genocidio culturale”. “Che il governo cinese lo ammetta o no – ha detto - esiste un problema: un’antica tradizione culturale è in serio pericolo. Intenzionalmente o no è in corso una sorta di genocidio culturale”. Dopo l’invasione dell’Armata Rossa nel 1950, il governo di Pechino ha distrutto centinaia di monasteri, perseguitato i religiosi ed alterato l’equilibrio etnico. “Esiste una sorta di discriminazione – ha aggiunto – secondo la quale i tibetani che vivono nella loro terra sono trattati da cittadini di serie B” rispetto agli immigrati cinesi che sono chiamati Han e che costituiscono oggi la maggioranza della popolazione. E poi: “I cinesi sono costretti a ricorrere alla forza per imporre la pace, una pace che si basa su un regime di terrore”.
In un’intervista alla Bbc, sempre ieri, il Dalai Lama ha paragonato i disordini degli ultimi giorni all’insurrezione anticinese del 1959 quando fu costretto alla fuga per non essere arrestato. Con un lungo viaggio a cavallo attraverso l’Himalaya arrivò in India che lo ha accolto insieme a decine di migliaia di profughi che un maggioranza vivono nella vallata di Dharamshala. Dopo lo stallo dei negoziati avviati nel 2002, le nuove generazioni sono diventate più impazienti e meno disposte ad accettare la diplomazia del “middle way” seguita dal loro capo spirituale, ovvero di un approccio moderato nel rivendicare l’autonomia e non l’indipendenza. Questa spaccatura ideologica all’interno della comunità è nota anche al Dalai Lama che ha ammesso di essere impotente. “Non posso fermare le manifestazioni in Tibet – ha detto - Sono il portavoce dei tibetani, ma non il loro padrone. E’ un movimento popolare, sono loro che decidono”. Ha poi aggiunto che teme altre violenze allo scadere dell’ultimatum di oggi e ha quindi rivolto un appello al governo cinese perché “guardi la realtà piuttosto che soffocarla. Credono che bastino le armi per avere il controllo. Ma non possono controllare la mente degli uomini”.

venerdì 14 marzo 2008

Dalai lama, appello a non usare la violenza contro dimostranti in Tibet

Su Radio Svizzera Italiana

Temendo forse un precipitare della situazione, il Dalai Lama ha fatto appello alle autorità cinesi perché non usino la forza per reprimere le manifestazioni di protesta scoppiate a Lhasa. In un comunicato dall’India, il leader spirituale tibetano ha detto di essere “profondamente preoccupato per la situazione che si è venuta a creare dopo le dimostrazioni pacifiche” in diverse parti del Tibet. Centinaia di monaci tibetani sono scesi in piazza per protestare contro le Olimpiadi che si terranno il prossimo agosto e che prevedono il passaggio della fiaccola olimpica sul versante nord dell’Everest. Lunedì scorso, in occasione del 49esimo anniversario della fallita insurrezione anti cinese in Tibet, alcuni esuli a Dharamsala, la sede del governo provvisorio, avevano iniziato una marcia su Lhasa subito bloccata dalle autorità indiane. La polizia oggi ha deciso di detenere per 14 giorni un centinaio di dimostranti che si erano messi in cammino nonostante il divieto. Dal 1959 il governo di New Delhi garantisce accoglienza e assistenza al Dalai Lama, ma negli ultimi anni l’India è più preoccupata a non irritare il suo potente vicino cinese. Anche all’interno della comunità tibetana si è creata una spaccatura tra coloro che vogliono la liberazione del territorio occupato dall’esercito cinese nel 1950 e sono pronti anche a usare la violenza e coloro che invece seguono l’approccio più morbido del Dalai Lama che, per esempio, finora non ha mai condannato il diritto della Cina ad ospitare i Giochi Olimpici del 2008.

lunedì 10 marzo 2008

la polizia iundiana blocca la lunga marcia dei tibetani su Lhasa

Su Radio Svizzera Italiana
La marcia di protesta degli esuli tibetani contro le Olimpiadi cinesi è stata bloccata ancor prima che iniziasse. A Daramshala, il quartier generale del Dalai Lama, la polizia indiana ha vietato ad un centinaio di manifestanti di lasciare la vallata per iniziare un lungo e impervio trekking attraverso l’Himalaya che si sarebbe concluso tra sei mesi nella capitale tibetana di Lhasa. L’ordine di fermare la protesta è arrivato dal governo indiano che nel 1959 ha accolto il Dalai Lama in fuga, ma a patto che non organizzasse attività contro Pechino. L’iniziativa della marcia coincide con l’anniversario della fallita insurrezione in Tibet celebrato anche a New Delhi e a Katmandu, dove i dimostranti sono stati caricati dalla polizia nepalese. La ricorrenza è stata usata dal Dalai Lama per denunciare quelle che ha definito “le numerose, inimmaginabili e spaventose violazioni dei diritti umani e la negazione della libertà religiosa” in Tibet. Usando un tono insolitamente duro, l’anziano leader ha aggiunto che da “quasi sei decenni i tibetani vivono in un costante stato di paura, intimidazione e repressione sotto la sovranità cinese”. A proposito delle Olimpiadi, non ha però fatto appello al boicottaggio, ma ha chiesto che i giochi vengano usati "per ricordare a Pechino il rispetto dei diritti e delle libertà civili".