In onda su Radio Vaticana
Non accenna a diminuire la tensione nello stato dell’Orissa scosso da un’ondata di violenze contro chiese, istituti religiosi e abitazioni della minoranza cristiana. Alcuni dimostranti hanno appoiccato oggi il fuoco a 24 case nel distretto di Kandhamal, epicentro degli scontri che sono scoppiati dopo l’uccisione una settimana fa di un leader religioso di una associazione dell’estrema destra indù. Non è chiaro se ci sono state delle vittime in questo nuovo attacco che è avvenuto al indomani della giornata di solidarietà e preghiera organizzata dalle organizzazione cristiane in India e che ha visto al chiusura di 25 mila scuole in tutto il paese.
Dopo il ritrovamento di due corpi in decomposizione sempre nel distretto di Kandhamal, il bilancio ufficiale delle vittime e salito a 14 ma potrebbero essere molte di più secondo Asia News, agenzia di stampa del Pontificio Istituto Missioni Estere, che riferisce di 100 vittime sulla base di una stima fatta da un attivista del Global Council of Indian Christians.
Preoccupano anche le sorti delle migliaia di sfollati che sono ancora nascosti nelle foreste o nei campi di accoglienza predisposti dal governo.
Intanto oggi si sono verificati anche dei raid a Gwalior, nel Madhya Pradesh, dove fanatici indu hanno assalto 5 scuole e una chiesa per rappresaglia contro la chiusura decisa ieri dalla comunità cristiana.
sabato 30 agosto 2008
Bihar, due milioni in fuga per straripamento fiume Kosi
In onda su Radio Svizzera Italiana
Le incessanti piogge monsoniche stanno rallentando la gigantesca evacuazione di due milioni di abitanti dalle zone alluvionate in Bihar, uno degli stati indiani più poveri. Il disastro, che i giornali hanno definito la Katrina dell’India, è stato causato dal fiume Kosi, un affluente del Gange, che ha rotto gli argini nel vicino Nepal e si è riversato a sud allagando uno dopo l’altro centinaia di villaggi. Le autorità del Bihar avevano avvertito due giorni fa le popolazioni locali del pericolo, ma non ci sono stati né il tempo né i mezzi per far fronte all’esodo. Attualmente 300 mila persone hanno trovato rifugio in campi di accoglienza, templi e negli edifici più alti non travolti dal fiume che ha completamente cambiato il suo corso come hanno mostrato le riprese satellitari. Si stima che ci sarebbero ancora 600 mila persone da soccorrere aggrappati ai tetti delle case o a bordo di improvvisate imbarcazioni. Una barca carica di sfollati si è rovesciata ieri nel distretto di Madhepura, uno dei più colpiti a nord del capoluogo Patna, causando la morte di 20 persone. Le inondazioni hanno travolto decine di migliaia di case e distrutto i raccolti. Il primo ministro Manmohan Singh che due giorni fa ha sorvolato la zona ha detto che si tratta di una calamità nazionale e ha promesso risarcimenti per le famiglie delle vittime. Ma a preoccupare di più è il futuro dei senza tetto che hanno perso ogni mezzo di sostentamento e che dovranno aspettare almeno tre mesi prima che le acque comincino a defluire.
Le incessanti piogge monsoniche stanno rallentando la gigantesca evacuazione di due milioni di abitanti dalle zone alluvionate in Bihar, uno degli stati indiani più poveri. Il disastro, che i giornali hanno definito la Katrina dell’India, è stato causato dal fiume Kosi, un affluente del Gange, che ha rotto gli argini nel vicino Nepal e si è riversato a sud allagando uno dopo l’altro centinaia di villaggi. Le autorità del Bihar avevano avvertito due giorni fa le popolazioni locali del pericolo, ma non ci sono stati né il tempo né i mezzi per far fronte all’esodo. Attualmente 300 mila persone hanno trovato rifugio in campi di accoglienza, templi e negli edifici più alti non travolti dal fiume che ha completamente cambiato il suo corso come hanno mostrato le riprese satellitari. Si stima che ci sarebbero ancora 600 mila persone da soccorrere aggrappati ai tetti delle case o a bordo di improvvisate imbarcazioni. Una barca carica di sfollati si è rovesciata ieri nel distretto di Madhepura, uno dei più colpiti a nord del capoluogo Patna, causando la morte di 20 persone. Le inondazioni hanno travolto decine di migliaia di case e distrutto i raccolti. Il primo ministro Manmohan Singh che due giorni fa ha sorvolato la zona ha detto che si tratta di una calamità nazionale e ha promesso risarcimenti per le famiglie delle vittime. Ma a preoccupare di più è il futuro dei senza tetto che hanno perso ogni mezzo di sostentamento e che dovranno aspettare almeno tre mesi prima che le acque comincino a defluire.
Singur, chiusa per il secondo giorno la fabbrica dellla Tata Nano
Su Apcom
Per il secondo giorno consecutivo la nuova fabbrica di Tata Motors a Singur, dove si sta producendo la mini car Nano, rimarrà chiusa. Dopo le minacce del partito locale Trinamool Congress che guida la protesta contadina contro gli espropri agrari, il colosso automobilistico indiano ha ordinato a ingegneri e operai di abbandonare il posto di lavoro. L’intero staff di 3600 addetti è stato scortato dalla polizia fuori dalla fabbrica che è “picchettata” da una settimana dalla “pasionaria” dei contadini Mamata Banerjee. A provocare la decisione è stato il sequestro avvenuto due giorni fa di un autobus carico di operai bloccato per tre ore davanti ai cancelli.
La catena di montaggio della Nano sarebbe completa per l’85 per cento. Per realizzare il progetto le autorità locali avevano espropriato 400 ettari di terra fertile che però non sono stati utilizzati interamente. Con il loro sit-in, iniziato il 24 agosto lungo la strada nazionale NH-2, le associazioni pro contadini e il Trinamool Congress chiedono la restituzione di 160 ettari espropriati. Una richiesta che è stata però respinta dal primo ministro del Bengala Occidentale, il comunista Buddadebh Battacharjee, detto il “Buddha rosso” e che è un convinto sostenitore dell’industrializzazione dello stato di Calcutta.
Lanciata con grande clamore lo scorso gennaio da Ratan Tata che ha promesso di mantenere il prezzo a 2500 dollari, la Nano dovrebbe arrivare nei concessionari prima della fine dell’anno. Ma questo stop forzato rischia di ritardare la produzione. Dopo un incontro con le autorità del Bengala Occidentale, il patron di Tata aveva anche minacciato di dislocare la fabbrica se le proteste continuavano e mettevano in pericolo l’incolumità del personale. Il progetto di Singur è costato 375 milioni di dollari.
In un comunicato diffuso oggi da un portavoce di Tata Motors si legge che “non essendo stati finora miglioramenti della situazione sul terreno, non ci sono le condizioni per riaprire la fabbrica”. Una decisione sarà presa all’inizio della prossima settimana al ritorno di Ratan Tata, che ieri si trovava a Singapore dove gli è stata conferita la cittadinanza onoraria della città-stato.
Per il secondo giorno consecutivo la nuova fabbrica di Tata Motors a Singur, dove si sta producendo la mini car Nano, rimarrà chiusa. Dopo le minacce del partito locale Trinamool Congress che guida la protesta contadina contro gli espropri agrari, il colosso automobilistico indiano ha ordinato a ingegneri e operai di abbandonare il posto di lavoro. L’intero staff di 3600 addetti è stato scortato dalla polizia fuori dalla fabbrica che è “picchettata” da una settimana dalla “pasionaria” dei contadini Mamata Banerjee. A provocare la decisione è stato il sequestro avvenuto due giorni fa di un autobus carico di operai bloccato per tre ore davanti ai cancelli.
La catena di montaggio della Nano sarebbe completa per l’85 per cento. Per realizzare il progetto le autorità locali avevano espropriato 400 ettari di terra fertile che però non sono stati utilizzati interamente. Con il loro sit-in, iniziato il 24 agosto lungo la strada nazionale NH-2, le associazioni pro contadini e il Trinamool Congress chiedono la restituzione di 160 ettari espropriati. Una richiesta che è stata però respinta dal primo ministro del Bengala Occidentale, il comunista Buddadebh Battacharjee, detto il “Buddha rosso” e che è un convinto sostenitore dell’industrializzazione dello stato di Calcutta.
Lanciata con grande clamore lo scorso gennaio da Ratan Tata che ha promesso di mantenere il prezzo a 2500 dollari, la Nano dovrebbe arrivare nei concessionari prima della fine dell’anno. Ma questo stop forzato rischia di ritardare la produzione. Dopo un incontro con le autorità del Bengala Occidentale, il patron di Tata aveva anche minacciato di dislocare la fabbrica se le proteste continuavano e mettevano in pericolo l’incolumità del personale. Il progetto di Singur è costato 375 milioni di dollari.
In un comunicato diffuso oggi da un portavoce di Tata Motors si legge che “non essendo stati finora miglioramenti della situazione sul terreno, non ci sono le condizioni per riaprire la fabbrica”. Una decisione sarà presa all’inizio della prossima settimana al ritorno di Ratan Tata, che ieri si trovava a Singapore dove gli è stata conferita la cittadinanza onoraria della città-stato.
venerdì 29 agosto 2008
Violenze anti cristiane in Orissa, 45 mila scuole chiuse
In onda su Radio Vaticana
Circa 45 mila scuole e istituti cristiani sono rimasti chiusi ieri in India per esprimere solidarietà alle vittime dell’ondata di violenza religiosa che sta sconvolgendo lo stato dell’Orissa da quasi una settimana. A New Delhi. Mumbai e nelle principali città le organizzazioni cristiane hanno organizzato marce e sit-in pacifici per sollecitare l’intervento delle autorità indiane. Il premier Manmohan Singh, incorando una delegazione di vescovi, ha definito gli attacchi contro i cristiani una “vergogna nazionale”. Secondo cifre ufficiali aggiornate sono morte 12 persone, tra cui una missionaria laica arsa viva, nelle violenze scoppiate dopo l’uccisione del leader religioso del gruppo di estrema destra indi Vishwa Hindu Parishad. ma ancora adesso manca un quadro chiaro della situazione nel distretto di Kandhamal, epicentro delle violenze che hanno anche causato la fuga di 7000 famiglie.
La Commissione nazionale per i Diritti umani ha chiesto al governo dell’Orissa di presentare un rapporto entro due settimane.
Intanto si sono registrati altri atti vandalici e saccheggi a Gwalior, nello stato nel Madhya Pradesh, contro alcune chiese e scuole che erano chiuse per la giornata di solidarietà nazionale.
Circa 45 mila scuole e istituti cristiani sono rimasti chiusi ieri in India per esprimere solidarietà alle vittime dell’ondata di violenza religiosa che sta sconvolgendo lo stato dell’Orissa da quasi una settimana. A New Delhi. Mumbai e nelle principali città le organizzazioni cristiane hanno organizzato marce e sit-in pacifici per sollecitare l’intervento delle autorità indiane. Il premier Manmohan Singh, incorando una delegazione di vescovi, ha definito gli attacchi contro i cristiani una “vergogna nazionale”. Secondo cifre ufficiali aggiornate sono morte 12 persone, tra cui una missionaria laica arsa viva, nelle violenze scoppiate dopo l’uccisione del leader religioso del gruppo di estrema destra indi Vishwa Hindu Parishad. ma ancora adesso manca un quadro chiaro della situazione nel distretto di Kandhamal, epicentro delle violenze che hanno anche causato la fuga di 7000 famiglie.
La Commissione nazionale per i Diritti umani ha chiesto al governo dell’Orissa di presentare un rapporto entro due settimane.
Intanto si sono registrati altri atti vandalici e saccheggi a Gwalior, nello stato nel Madhya Pradesh, contro alcune chiese e scuole che erano chiuse per la giornata di solidarietà nazionale.
lunedì 25 agosto 2008
Kashmir, come è riesplosa la rabbia indipendentista
Su Apcom
Era dal 2002, dall’ultima crisi tra India e Pakistan, che nel Kashmir indiano non si vedeva una sollevazione popolare cosi massiccia contro il governo di Nuova Delhi. Sembrava che il movimento separatista, indebolito da divisioni interne tra falchi e moderati, avesse ormai rinunciato a rivendicare l’indipendenza o a insistere sulla promessa mai mantenuta di indire un plebiscito sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Il disgelo tra India e Pakistan avviato alla fine del 2003 con un cessate il fuoco tra i due eserciti schierati sulla cosiddetta Linea di Controllo - il fronte che divide i due Kashmir - aveva portato un periodo di relativa calma nella tormentata regione himalayana favorendo anche una ripresa del turismo. Agli inizi di giugno le caratteristiche “house boat” sul lago Dal di Srinagar registravano il tutto esaurito di vacanzieri indiani.
A innescare l’incendio, che probabilmente covava da tempo sotto la cenere, è stata la decisione dello scorso giugno di cedere un appezzamento di terra agli organizzatori di un famoso pellegrinaggio in una grotta sacra al dio Shiva dove ogni anno a partire da aprile si forma una stalattite di ghiaccio a forma di “linga”, simbolo fallico che rappresenta la divinità. Quest’anno un record di mezzo milione di fedeli induisti hanno intrapreso il lungo e periglioso trekking verso la grotta di Amarnath, che si trova in una profonda gola raggiungibile dopo giorni di cammino da due “campi base”, poco distanti da Srinagar, quindi in una zona popolata da mussulmani. Il pellegrinaggio, obiettivo privilegiato di attentati degli integralisti islamici in passato, è protetto da un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza. L’Amarnath Sangarsh Samiti, la fondazione religiosa, da tempo chiede alle autorità locali dello stato indiano di Jammu e Kashmir un largo appezzamento di terra nel pianoro di Baltal, uno dei punti di partenza per la salita alla grotta, per costruire strutture di accoglienza durante i mesi estivi. Finora nell’area era allestita una gigantesca “tendopoli” in grado di ospitare circa 20 mila pellegrini, che da alcuni anni hanno la possibilità anche di un servizio di elicottero per raggiungere il luogo sacro.
La decisione di assegnare la terra all’istituzione religiosa induista aveva scatenato la rabbia dei mussulmani che per una settimana hanno paralizzato Srinagar e le altre città della vallata. Diverse persone sono morte negli scontri tra i dimostranti “armati” di pietre e la polizia, accusata di sparare sulla folla. E’ stato il primo segnale di un’insurrezione che a molti ricordava quella della fine degli Anni Ottanta quando è iniziata la ribellione separatista. Di fronte a una reazione così violenta, le autorità locali hanno fatto marcia indietro e hanno revocato l’assegnazione dei terreni provocando una bufera politica che si è conclusa con le dimissioni del responsabile dello stato del Jammu e Kashmir.
A quel punto è entrato in scena un nuovo protagonista, il nazionalismo indù sponsorizzato dal partito nazionalista del Bjp, all’opposizione nel governo centrale di Delhi, che ha portato in strada a Jammu – il capoluogo invernale del Jammu e Kashmir dove la popolazione è mista - migliaia dimostranti e poi bloccato la strada nazionale verso la mussulmana Srinagar, l’unico cordone ombelicale che unisce la vallata del Kashmir con il resto dell’India. Mentre le mele kashmire marcivano nei camion bloccati dai nazionalisti indù, a Srinagar scarseggiavano le medicine e la carne di agnello. L’assedio commerciale ha sollevato il risentimento non solo dei leader separatisti che dopo tanto tempo si sono ritrovati dalla stessa parte della barricata, ma anche della gente comune, studenti, commercianti, albergatori e autotrasportatori. La simbolica marcia su Muzaffarabad, il capoluogo del Kashmir pachistano, dell’11 agosto, è stata repressa con la forza prima che i dimostranti raggiungessero il valico di Baramulla. Il bilancio della giornata di disordini è stato di otto morti, tra cui un leader separatista. Nelle ultime due settimane circa 30 mussulmani hanno perso la vita negli scontri con la polizia che anche oggi è intervenuta con la forza per bloccare i dimostranti alle porte di Srinagar dove da ieri è stato imposto il coprifuoco. Anche i giornalisti locali si lamentano si essere stati picchiati dalle forze dell’ordine. La città è presidiata dai militari che per precauzione hanno arrestato nella notte due leader separatisti, il “falco” Said Ali Shah Gelani e Omar Faruk, che è anche autorità religiosa, mentre nella mattina hanno fermato il “gandhiano” Yassin Malik, che stava guidando una dimostrazione verso la piazza di Lal Chowk, simbolo politico di Srinagar.
L’impressione è che la situazione stia sfuggendo di mano al governo di Nuova Delhi, concentrato in questo periodo sull’accordo sul nucleare civile con gli Stati Uniti e sulle elezioni generali del 2009. Con un lungo editoriale su un settimanale, Arundhati Roi, l’intellettuale pacifista diventata famosa per il romanzo “Il Dio delle piccole cose”, ha invocato l’indipendenza, “Azadi”, in lingua kashmira. “Dopo 18 anni di occupazione militare – ha scritto – si sta materializzando il peggiore incubo del governo indiano. Dopo aver creduto di aver schiacciato il movimento separatista, deve ora affrontare una protesta di massa che è non violenta, ma non è di quelle che sa come gestire. Questa è nutrita dai ricordi della gente di anni di repressione in cui decine di migliaia sono i morti, migliaia i desaparecidos, migliaia quelli torturati, picchiati, stuprati e umiliati. Questo tipo di rabbia, una volta che trova il suo sfogo, non può essere facilmente soffocata, rimessa in bottiglia e rispedita dove è venuta”.
Era dal 2002, dall’ultima crisi tra India e Pakistan, che nel Kashmir indiano non si vedeva una sollevazione popolare cosi massiccia contro il governo di Nuova Delhi. Sembrava che il movimento separatista, indebolito da divisioni interne tra falchi e moderati, avesse ormai rinunciato a rivendicare l’indipendenza o a insistere sulla promessa mai mantenuta di indire un plebiscito sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Il disgelo tra India e Pakistan avviato alla fine del 2003 con un cessate il fuoco tra i due eserciti schierati sulla cosiddetta Linea di Controllo - il fronte che divide i due Kashmir - aveva portato un periodo di relativa calma nella tormentata regione himalayana favorendo anche una ripresa del turismo. Agli inizi di giugno le caratteristiche “house boat” sul lago Dal di Srinagar registravano il tutto esaurito di vacanzieri indiani.
A innescare l’incendio, che probabilmente covava da tempo sotto la cenere, è stata la decisione dello scorso giugno di cedere un appezzamento di terra agli organizzatori di un famoso pellegrinaggio in una grotta sacra al dio Shiva dove ogni anno a partire da aprile si forma una stalattite di ghiaccio a forma di “linga”, simbolo fallico che rappresenta la divinità. Quest’anno un record di mezzo milione di fedeli induisti hanno intrapreso il lungo e periglioso trekking verso la grotta di Amarnath, che si trova in una profonda gola raggiungibile dopo giorni di cammino da due “campi base”, poco distanti da Srinagar, quindi in una zona popolata da mussulmani. Il pellegrinaggio, obiettivo privilegiato di attentati degli integralisti islamici in passato, è protetto da un massiccio dispiegamento di forze di sicurezza. L’Amarnath Sangarsh Samiti, la fondazione religiosa, da tempo chiede alle autorità locali dello stato indiano di Jammu e Kashmir un largo appezzamento di terra nel pianoro di Baltal, uno dei punti di partenza per la salita alla grotta, per costruire strutture di accoglienza durante i mesi estivi. Finora nell’area era allestita una gigantesca “tendopoli” in grado di ospitare circa 20 mila pellegrini, che da alcuni anni hanno la possibilità anche di un servizio di elicottero per raggiungere il luogo sacro.
La decisione di assegnare la terra all’istituzione religiosa induista aveva scatenato la rabbia dei mussulmani che per una settimana hanno paralizzato Srinagar e le altre città della vallata. Diverse persone sono morte negli scontri tra i dimostranti “armati” di pietre e la polizia, accusata di sparare sulla folla. E’ stato il primo segnale di un’insurrezione che a molti ricordava quella della fine degli Anni Ottanta quando è iniziata la ribellione separatista. Di fronte a una reazione così violenta, le autorità locali hanno fatto marcia indietro e hanno revocato l’assegnazione dei terreni provocando una bufera politica che si è conclusa con le dimissioni del responsabile dello stato del Jammu e Kashmir.
A quel punto è entrato in scena un nuovo protagonista, il nazionalismo indù sponsorizzato dal partito nazionalista del Bjp, all’opposizione nel governo centrale di Delhi, che ha portato in strada a Jammu – il capoluogo invernale del Jammu e Kashmir dove la popolazione è mista - migliaia dimostranti e poi bloccato la strada nazionale verso la mussulmana Srinagar, l’unico cordone ombelicale che unisce la vallata del Kashmir con il resto dell’India. Mentre le mele kashmire marcivano nei camion bloccati dai nazionalisti indù, a Srinagar scarseggiavano le medicine e la carne di agnello. L’assedio commerciale ha sollevato il risentimento non solo dei leader separatisti che dopo tanto tempo si sono ritrovati dalla stessa parte della barricata, ma anche della gente comune, studenti, commercianti, albergatori e autotrasportatori. La simbolica marcia su Muzaffarabad, il capoluogo del Kashmir pachistano, dell’11 agosto, è stata repressa con la forza prima che i dimostranti raggiungessero il valico di Baramulla. Il bilancio della giornata di disordini è stato di otto morti, tra cui un leader separatista. Nelle ultime due settimane circa 30 mussulmani hanno perso la vita negli scontri con la polizia che anche oggi è intervenuta con la forza per bloccare i dimostranti alle porte di Srinagar dove da ieri è stato imposto il coprifuoco. Anche i giornalisti locali si lamentano si essere stati picchiati dalle forze dell’ordine. La città è presidiata dai militari che per precauzione hanno arrestato nella notte due leader separatisti, il “falco” Said Ali Shah Gelani e Omar Faruk, che è anche autorità religiosa, mentre nella mattina hanno fermato il “gandhiano” Yassin Malik, che stava guidando una dimostrazione verso la piazza di Lal Chowk, simbolo politico di Srinagar.
L’impressione è che la situazione stia sfuggendo di mano al governo di Nuova Delhi, concentrato in questo periodo sull’accordo sul nucleare civile con gli Stati Uniti e sulle elezioni generali del 2009. Con un lungo editoriale su un settimanale, Arundhati Roi, l’intellettuale pacifista diventata famosa per il romanzo “Il Dio delle piccole cose”, ha invocato l’indipendenza, “Azadi”, in lingua kashmira. “Dopo 18 anni di occupazione militare – ha scritto – si sta materializzando il peggiore incubo del governo indiano. Dopo aver creduto di aver schiacciato il movimento separatista, deve ora affrontare una protesta di massa che è non violenta, ma non è di quelle che sa come gestire. Questa è nutrita dai ricordi della gente di anni di repressione in cui decine di migliaia sono i morti, migliaia i desaparecidos, migliaia quelli torturati, picchiati, stuprati e umiliati. Questo tipo di rabbia, una volta che trova il suo sfogo, non può essere facilmente soffocata, rimessa in bottiglia e rispedita dove è venuta”.
Kashmir in fiamme, arrestati tre leader separatisti
In onda su Radio Svizzera Italiana
Erano anni che nel Kashmir indiano non si vedeva una sollevazione popolare cosi massiccia contro il governo di New Delhi. Sembrava che il movimento separatista, indebolito da divisioni interne, avesse ormai rinunciato a rivendicare l’indipendenza o a insistere sulla promessa mai mantenuta di indire un plebiscito sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Il disgelo tra India e Pakistan avviato nel 2003 con un cessate il fuoco sulla linea che divide i due Kashmir aveva portato un periodo di relativa calma nella tormentata regione himalayana favorendo anche una ripresa del turismo. Dopo le proteste e le violenze di queste ultime settimane che hanno provocato quasi trenta morti, di cui tre negli scontri avvenuti oggi, la situazione sembra essere ritornata alla prima insurrezione dei separatisti della fine degli anni Ottanta. Per bloccare l’ennesima marcia di protesta le forze dell’ordine hanno imposto il coprifuoco a Srinagar e per la prima volta arrestato tre leader separatisti, i falchi Said Ali Shah Gelani e Yassin Malik e anche il moderato Mirwaiz Omar Faruk, che è un’importante autorità religiosa tra i mussulmani kashmiri.
La scintilla che ha fatto riesplodere la rabbia kashmira è stata l’assegnazione di un appezzamento di terra a Baltal, punto di partenza per un famoso pellegrinaggio ad una grotta sacra al dio Shiva. La decisione, che è poi stata revocata, ha scatenato le ire della minoranza indu, concentrata nella città di Jammu, che per giorni ha bloccato l’unica strada di accesso alla valle di Srinagar.
Erano anni che nel Kashmir indiano non si vedeva una sollevazione popolare cosi massiccia contro il governo di New Delhi. Sembrava che il movimento separatista, indebolito da divisioni interne, avesse ormai rinunciato a rivendicare l’indipendenza o a insistere sulla promessa mai mantenuta di indire un plebiscito sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Il disgelo tra India e Pakistan avviato nel 2003 con un cessate il fuoco sulla linea che divide i due Kashmir aveva portato un periodo di relativa calma nella tormentata regione himalayana favorendo anche una ripresa del turismo. Dopo le proteste e le violenze di queste ultime settimane che hanno provocato quasi trenta morti, di cui tre negli scontri avvenuti oggi, la situazione sembra essere ritornata alla prima insurrezione dei separatisti della fine degli anni Ottanta. Per bloccare l’ennesima marcia di protesta le forze dell’ordine hanno imposto il coprifuoco a Srinagar e per la prima volta arrestato tre leader separatisti, i falchi Said Ali Shah Gelani e Yassin Malik e anche il moderato Mirwaiz Omar Faruk, che è un’importante autorità religiosa tra i mussulmani kashmiri.
La scintilla che ha fatto riesplodere la rabbia kashmira è stata l’assegnazione di un appezzamento di terra a Baltal, punto di partenza per un famoso pellegrinaggio ad una grotta sacra al dio Shiva. La decisione, che è poi stata revocata, ha scatenato le ire della minoranza indu, concentrata nella città di Jammu, che per giorni ha bloccato l’unica strada di accesso alla valle di Srinagar.
domenica 24 agosto 2008
Pakistan verso il caos, mentre Zardari si candida alle elezioni presidenziali
In onda su Radio Svizzera Italiana
E’ quasi passata una settimana dalle dimissioni di Pervez Musharraf, salutate come l’inizio di una nuova era democratica per un Paese che per la maggior parte della sua storia è stato governato da dittatori. Ma l’eredità lasciata dall’ex generale si profila più difficile del previsto sia sul fronte della stabilità interna che sulla lotta al terrorismo islamico. La luna di miele tra Asif Ali Zardari, vedovo della Bhutto e l’ex rivale Nawaz Sharif, leader della Lega mussulmana Pachjistana, sulla decisione di lanciare l’impeachment contro Musharraf, si è esaurita in fretta. La fragile alleaaza di goberno, emersa dalle elezioni di febbraio, è di nuovo ai ferri corti. L’attrito riguarda la candidatura alle elelzioni presidenziali del 6 settembre di Zardari, accusato in passato di corruzione tanto da essere battezzato Mister 10 per cento. Ma riguarda soprattutto la riabilitazione dei giudici della Corte suprema e in particolare del magistrato capo Iftikar Mohammed Chaudry, che si teme possa rimettere in discussione l’amnistia che ha permesso il ritorno in patria di Zardari e della moglie lo scorso ottobre. Il falco Nawaz Sharif ha di nuovo agitato la minaccia di uscire dalla maggioranza se non vedrà esaudita la promessa che i 60 giudici esautorati a novembre saranno rimessi al loro posto.
Mentre Musharraf si dedica al suo sport preferito, il golf, si prospettano giorni turbolenti a Islamabad e nel nord ovest dove c’è stata una escalation di attentati. Nelle ultime 24 ore decine di militanti e di soldati sono stati uccisi in una nuova dura offensiva militare nella vallata di Swat contro le postazioni dei talebani, gli stessi che in queste settimane stanno stringendo d’assedio Kabul.
E’ quasi passata una settimana dalle dimissioni di Pervez Musharraf, salutate come l’inizio di una nuova era democratica per un Paese che per la maggior parte della sua storia è stato governato da dittatori. Ma l’eredità lasciata dall’ex generale si profila più difficile del previsto sia sul fronte della stabilità interna che sulla lotta al terrorismo islamico. La luna di miele tra Asif Ali Zardari, vedovo della Bhutto e l’ex rivale Nawaz Sharif, leader della Lega mussulmana Pachjistana, sulla decisione di lanciare l’impeachment contro Musharraf, si è esaurita in fretta. La fragile alleaaza di goberno, emersa dalle elezioni di febbraio, è di nuovo ai ferri corti. L’attrito riguarda la candidatura alle elelzioni presidenziali del 6 settembre di Zardari, accusato in passato di corruzione tanto da essere battezzato Mister 10 per cento. Ma riguarda soprattutto la riabilitazione dei giudici della Corte suprema e in particolare del magistrato capo Iftikar Mohammed Chaudry, che si teme possa rimettere in discussione l’amnistia che ha permesso il ritorno in patria di Zardari e della moglie lo scorso ottobre. Il falco Nawaz Sharif ha di nuovo agitato la minaccia di uscire dalla maggioranza se non vedrà esaudita la promessa che i 60 giudici esautorati a novembre saranno rimessi al loro posto.
Mentre Musharraf si dedica al suo sport preferito, il golf, si prospettano giorni turbolenti a Islamabad e nel nord ovest dove c’è stata una escalation di attentati. Nelle ultime 24 ore decine di militanti e di soldati sono stati uccisi in una nuova dura offensiva militare nella vallata di Swat contro le postazioni dei talebani, gli stessi che in queste settimane stanno stringendo d’assedio Kabul.
Iscriviti a:
Post (Atom)
