In onda su Radio Svizzera Italiana
Sembra ci sia stata la forte pressione di Washington dietro il cambio della guardia al vertice dell’Isi, l’Inter Intelligence Service, il potente servizio segreto che spesso ha avuto un ruolo determinante nei destini del Pakistan. Il neo presidente Asif Ali Zardari avrebbe incontrato nel finesettimana a New York il capo della Cia che da qualche tempo insiste per una riforma dei servizi segreti accusati di sostenere indirettamente i talebani. Il generale Nadeem Taj, un fedele dell’ex presidente Musharraf è stato sostituito dal generale Ahmed Shuja Pasha, considerato un “falco” nella lotta ai militanti islamici. Il suo ultimi incarico è stato di guidare le offensive militari contro le roccaforti degli integralisti in Waziristan. In precedenza aveva comandato i caschi blu dell’Onu in Sierra Leone. La sua nomina sarebbe stata decisa dal capo delle forze armate, il generale Kayani, lui stesso al vertice dello spionaggio fino ad un anno fa. Si rafforzerebbe così il controllo dell’esercito sull’Isi dopo il tentativo del governo, fallito a luglio, di riformare i servizi segreti ponendoli sotto il potere civile. Gli Stati Uniti sospettano che alcuni servizi deviati continuino a sostenere i talebani in Afghanistan e che siano indirettamente coinvolti in attentati terroristici, come quello del 7 luglio contro l’ambasciata indiana a Kabul.
martedì 30 settembre 2008
Ressa al tempio Chamundi, una tragedia evitabile
Su Apcom
L’India è tra i Paesi più religiosi al mondo ma i suoi templi sono tra i più pericolosi. Ogni volta un pellegrinaggio si trasforma in una strage, come quello di oggi al tempio Chamundi a Jodhpur, ci si chiede puntualmente come si poteva evitare la tragedia. Ma appena cremati i corpi delle vittime tutto ritorna come prima. Anche se le inchieste della polizia accertano le cause dell’incidente, difficilmente ci sono delle conseguenze civili o penali per i responsabili della mancanza di norme di sicurezza. Il giorno dopo i fedeli continuano ad affluire in massa e ad aspettare pazientemente il proprio turno in lunghissime code per portare le offerte alla divinità e ricevere la loro benedizione.
Nonostante il boom economico, l’India rimane un Paese profondamente attaccato ai valori e alle tradizioni dell’induismo. I pellegrinaggi, gli “yatra” o anche i bagni rituali dei “kumba mela”, costituiscono un’esperienza culminante nella vita di un fedele e implicano lunghi ed estenuanti viaggi. L’occasione è di solito una delle tante festività del calendario induista o una data considerata particolarmente fortunata dal punto di vista astrologico e che è di buon auspicio per matrimoni, nascite o affari.
In particolare oggi si celebra il primo dei nove giorni del festival di Navratri in onore della dea Durga. Il piccolo tempio Chamundi, che sorge ad una estremità del maestoso forte Meherangarh di Jodhpur, meta turistica del Rajasthan, è dedicato a questa divinità molto popolare e raffigurata come una guerriera che cavalca una tigre. Il complesso storico che domina la città da un’altura di un centinaio di metri appartiene all’ex maharaja di Jodhpur. Sembra che quando è scoppiata la ressa erano radunati sul posto circa 10 mila fedeli per effettuare la “puja”, l’offerta, alle prime luci dell’alba. I pellegrini si trovavano in una lunga coda in uno stretto passaggio quando si è scatenato il panico sembra causato da un’interruzione di corrente. Ma non è escluso che il fuggi fuggi generale sia stato innescato dalla falsa notizia di una bomba. Per uccidere 146 persone lo scorso 4 agosto al tempio di Naina Devi (anche questo dedicato alla dea Durga), alle pendici dell’Himalaya, è bastata la voce di una frana causata dalle piogge monsoniche che imperversavano nella zona.
Il sovraffollamento, gli spazi ristretti, la tensione e la stanchezza della gente costretta a faticosissime attese e anche il fervore religioso, sono tutti ingredienti che possono trasformare un piccolo incidente in una tragedia dove a patire sono i più deboli, di solito donne e bambini, che vengono calpestati dalla folla impazzita.
Dopo la ressa mortale al tempio di Naina Devi, il quotidiano “Times of India” aveva puntato il dito contro gli organizzatori del pellegrinaggio che avrebbero dovuto prendere esempio da altri luoghi sacri, per esempio il famoso tempio di Tirupati, nel sud del Paese, che è quello che attira più fedeli in assoluto. “E’ un modello ideale di come gestire folle di fedeli ed evitare le resse” – scrive il quotidiano. Il tempio di Tirupati è frequentato da 16 mila fedeli al giorno che possono accedere solo a gruppi limitati attraverso un lungo percorso a serpentina controllato da decine di volontari e poliziotti. Un altro esempio “positivo”, citato dal quotidiano, è il noto Tempio d’Oro di Amritsar, al confine con il Pakistan, il “Vaticano” dei sikh, che ogni giorno è visitato da 100 mila fedeli.
L’India è tra i Paesi più religiosi al mondo ma i suoi templi sono tra i più pericolosi. Ogni volta un pellegrinaggio si trasforma in una strage, come quello di oggi al tempio Chamundi a Jodhpur, ci si chiede puntualmente come si poteva evitare la tragedia. Ma appena cremati i corpi delle vittime tutto ritorna come prima. Anche se le inchieste della polizia accertano le cause dell’incidente, difficilmente ci sono delle conseguenze civili o penali per i responsabili della mancanza di norme di sicurezza. Il giorno dopo i fedeli continuano ad affluire in massa e ad aspettare pazientemente il proprio turno in lunghissime code per portare le offerte alla divinità e ricevere la loro benedizione.
Nonostante il boom economico, l’India rimane un Paese profondamente attaccato ai valori e alle tradizioni dell’induismo. I pellegrinaggi, gli “yatra” o anche i bagni rituali dei “kumba mela”, costituiscono un’esperienza culminante nella vita di un fedele e implicano lunghi ed estenuanti viaggi. L’occasione è di solito una delle tante festività del calendario induista o una data considerata particolarmente fortunata dal punto di vista astrologico e che è di buon auspicio per matrimoni, nascite o affari.
In particolare oggi si celebra il primo dei nove giorni del festival di Navratri in onore della dea Durga. Il piccolo tempio Chamundi, che sorge ad una estremità del maestoso forte Meherangarh di Jodhpur, meta turistica del Rajasthan, è dedicato a questa divinità molto popolare e raffigurata come una guerriera che cavalca una tigre. Il complesso storico che domina la città da un’altura di un centinaio di metri appartiene all’ex maharaja di Jodhpur. Sembra che quando è scoppiata la ressa erano radunati sul posto circa 10 mila fedeli per effettuare la “puja”, l’offerta, alle prime luci dell’alba. I pellegrini si trovavano in una lunga coda in uno stretto passaggio quando si è scatenato il panico sembra causato da un’interruzione di corrente. Ma non è escluso che il fuggi fuggi generale sia stato innescato dalla falsa notizia di una bomba. Per uccidere 146 persone lo scorso 4 agosto al tempio di Naina Devi (anche questo dedicato alla dea Durga), alle pendici dell’Himalaya, è bastata la voce di una frana causata dalle piogge monsoniche che imperversavano nella zona.
Il sovraffollamento, gli spazi ristretti, la tensione e la stanchezza della gente costretta a faticosissime attese e anche il fervore religioso, sono tutti ingredienti che possono trasformare un piccolo incidente in una tragedia dove a patire sono i più deboli, di solito donne e bambini, che vengono calpestati dalla folla impazzita.
Dopo la ressa mortale al tempio di Naina Devi, il quotidiano “Times of India” aveva puntato il dito contro gli organizzatori del pellegrinaggio che avrebbero dovuto prendere esempio da altri luoghi sacri, per esempio il famoso tempio di Tirupati, nel sud del Paese, che è quello che attira più fedeli in assoluto. “E’ un modello ideale di come gestire folle di fedeli ed evitare le resse” – scrive il quotidiano. Il tempio di Tirupati è frequentato da 16 mila fedeli al giorno che possono accedere solo a gruppi limitati attraverso un lungo percorso a serpentina controllato da decine di volontari e poliziotti. Un altro esempio “positivo”, citato dal quotidiano, è il noto Tempio d’Oro di Amritsar, al confine con il Pakistan, il “Vaticano” dei sikh, che ogni giorno è visitato da 100 mila fedeli.
Crisi di Wall Street, le ripercussioni in India
In onda su Radio Svizzera Italiana
Il terremoto di Wall Street sta scuotendo le borse del mondo, ma in India c’è qualcuno che potrebbe fregarsi le mani. Il settore trainante dell’economia indiana, quello dell’Information Tecnology, dipende per oltre il 50 per cento dalla vendita di servizi finanziari e assicurativo a società straniere. Secondo l’associazione di categoria, Nasscom, la crisi potrebbe aumentare nel medio-lungo termine la delocalizzazione di nuovi servizi finanziari. Per tagliare i costi, le imprese occidentali sarebbero costrette a cercare mano d’opera qualificata e di lingua inglese a basso costo nei paesi emergenti come l’India. E’ un trend che si è già verificato negli ultimi anni e che ha beneficiato i colossi indiani come Wipro, Infosys e Tata. Secondo alcuni operatori del settore ci potrebbe essere anche un aumento dell’outsourcing di servizi legali per le aziende in bancarotta. I costi di un avvocato indiano sono dieci volte più bassi di uno americano.
L’ottimismo contrasta però con altre previsioni secondo le quali il settore informatico potrebbe subire una perdita di 20-25 mila posti di lavoro nell’immediato futuro. Alcune aziende hanno già bloccato le nuove assunzioni. Preoccupa anche la salute delle banche esposte sui mercati americani o britannici. Il principale istituto, ICICI, ha rassicurato i suoi clienti di avere abbastanza liquidità. E’ intervenuto anche il ministro delle finanze Chidambaram. “Stiamo soffrendo le conseguenze di turbolenze finanziarie mondiali - ha detto oggi - ma l’India rimane un mercato attraente per gli investitori”. E la borsa di Mumbai, che nel pomeriggio è ritornata in territorio positivo, gli ha dato ragione.
Il terremoto di Wall Street sta scuotendo le borse del mondo, ma in India c’è qualcuno che potrebbe fregarsi le mani. Il settore trainante dell’economia indiana, quello dell’Information Tecnology, dipende per oltre il 50 per cento dalla vendita di servizi finanziari e assicurativo a società straniere. Secondo l’associazione di categoria, Nasscom, la crisi potrebbe aumentare nel medio-lungo termine la delocalizzazione di nuovi servizi finanziari. Per tagliare i costi, le imprese occidentali sarebbero costrette a cercare mano d’opera qualificata e di lingua inglese a basso costo nei paesi emergenti come l’India. E’ un trend che si è già verificato negli ultimi anni e che ha beneficiato i colossi indiani come Wipro, Infosys e Tata. Secondo alcuni operatori del settore ci potrebbe essere anche un aumento dell’outsourcing di servizi legali per le aziende in bancarotta. I costi di un avvocato indiano sono dieci volte più bassi di uno americano.
L’ottimismo contrasta però con altre previsioni secondo le quali il settore informatico potrebbe subire una perdita di 20-25 mila posti di lavoro nell’immediato futuro. Alcune aziende hanno già bloccato le nuove assunzioni. Preoccupa anche la salute delle banche esposte sui mercati americani o britannici. Il principale istituto, ICICI, ha rassicurato i suoi clienti di avere abbastanza liquidità. E’ intervenuto anche il ministro delle finanze Chidambaram. “Stiamo soffrendo le conseguenze di turbolenze finanziarie mondiali - ha detto oggi - ma l’India rimane un mercato attraente per gli investitori”. E la borsa di Mumbai, che nel pomeriggio è ritornata in territorio positivo, gli ha dato ragione.
lunedì 29 settembre 2008
Ressa mortale al tempio di Chamunda a Jodhpur
In onda su Radio Svizzera Italiana
Sarebbe stato il crollo di un muro a scatenare il panico tra i pellegrini in coda per visitare il tempio di Chamunda, nel forte di Jodhpur, popolare meta turistica del Rajasthan. Al momento dell’incidente nel luogo sacro c’erano circa 10 mila fedeli giunti per celebrare l’inizio di una delle tante festività religiose induiste. I soccorritori hanno estratto decine di corpi intrappolati sotto le macerie. Ma altre decine di persone sarebbero state uccise dalla gigantesca ressa che si è scatenata nello stretto passaggio transennato che porta all’ingresso del tempio. A provocare il fuggi fuggi e il crollo del muro potrebbe essere stata anche la falsa notizia di una bomba. Dopo gli attentati a catena ai mercati di New Delhi del 13 settembre e l’ultimo ordigno esplosivo fatto scoppiare sabato scorso nella borgata di Mehrauli, nell’intero Paese prevale un’atmosfera di tensione e paura. Ma non è la prima volta che la ressa in un tempio si trasforma in una strage. Incidenti del genere sono molto comuni in India a causa del sovraffollamento e della totale mancanza di norme di sicurezza dei luoghi religiosi dove l’affluenza è limitata e costringe i fedeli a lunghissime attese, talvolta anche di giorni, prima di poter effettuare le offerte di rito alle divinità. L’ultima tragedia risale agli inizi di agosto quando 150 persone, tra cui molti bambini, sono state uccise dalla calca al tempio di Naina Devi, nello stato himalayano dell’Himachal Pradesh. Una ringhiera di protezione aveva ceduto sotto il peso della folla.
Sarebbe stato il crollo di un muro a scatenare il panico tra i pellegrini in coda per visitare il tempio di Chamunda, nel forte di Jodhpur, popolare meta turistica del Rajasthan. Al momento dell’incidente nel luogo sacro c’erano circa 10 mila fedeli giunti per celebrare l’inizio di una delle tante festività religiose induiste. I soccorritori hanno estratto decine di corpi intrappolati sotto le macerie. Ma altre decine di persone sarebbero state uccise dalla gigantesca ressa che si è scatenata nello stretto passaggio transennato che porta all’ingresso del tempio. A provocare il fuggi fuggi e il crollo del muro potrebbe essere stata anche la falsa notizia di una bomba. Dopo gli attentati a catena ai mercati di New Delhi del 13 settembre e l’ultimo ordigno esplosivo fatto scoppiare sabato scorso nella borgata di Mehrauli, nell’intero Paese prevale un’atmosfera di tensione e paura. Ma non è la prima volta che la ressa in un tempio si trasforma in una strage. Incidenti del genere sono molto comuni in India a causa del sovraffollamento e della totale mancanza di norme di sicurezza dei luoghi religiosi dove l’affluenza è limitata e costringe i fedeli a lunghissime attese, talvolta anche di giorni, prima di poter effettuare le offerte di rito alle divinità. L’ultima tragedia risale agli inizi di agosto quando 150 persone, tra cui molti bambini, sono state uccise dalla calca al tempio di Naina Devi, nello stato himalayano dell’Himachal Pradesh. Una ringhiera di protezione aveva ceduto sotto il peso della folla.
Graziano Trasmissioni riapre. Un testimone racconta l'attacco alla fabbrica
Su Apcom
Lo stabilimento della Graziano Trasmissioni a Greater Noida (polo industriale di nuova Delhi) riapre oggi i cancelli ad una settimana dall’uccisione del direttore L.K. Chaudry assalito da un gruppo di ex operai e al ferimento di circa venti persone. In un comunicato l’azienda torinese di cambi e ingranaggi per motori, che appartiene al gruppo elvetico Oerlikon, ha precisato che un centinaio di addetti hanno ripreso il lavoro e che presto “sarà raggiunta la piena capacità”. Ma per uno di loro, Armando Capello, capofficina di 56 anni, l’unico dipendente italiano, sarà difficile dimenticare quanto successo quel lunedì pomeriggio. “Mi trovavo in uno spiazzo fuori dallo stabilimento quando ho sentito delle urla provenire dall’officina – racconta Capello che è arrivato in India 9 anni fa con la stessa Graziano - .Quando sono entrato ho visto due persone a terra in una pozza di sangue e poi un gruppo di persone armate di spranghe e bastoni che scendevano dal primo piano dove ci sono gli uffici e la guest house. Cercavano probabilmente i dirigenti. Mi hanno visto, ma sono passati oltre senza toccarmi. Forse io non ero nella loro lista”. Sembra che il direttore Chaudhry, in un disperato tentativo di fuga, si fosse rifugiato in uno dei mini appartamenti al primo piano dove sarebbe stato picchiato a morte. “Ma non ho visto come è successo, ero terrorizzato e pensavo solo a trovare un posto dove nascondermi. Ho scavalcato una finestra e sono uscito sui tetti. Sono rimasto accovacciato lì sopra per tre ore fino a quando ho capito che non c’era più nessuno degli operai dentro l’edificio. Solo allora sono sceso, ma ancora adesso mi tremano le gambe”. Gli altri tre operai italiani, che erano solo di passaggio, si erano rifugiati invece nelle stanze dove abitavano, ma anche loro per fortuna sono stati risparmiati. “Mi è sembrata un’azione di guerra – spiega ancora Capello – che ha preso tutti di sorpresa comprese le guardie all’ingresso. Chaudhry, che conoscevo da molti anni, mi aveva confidato alcuni giorni fa di aver ricevuto delle minacce”.
Era da circa un anno che alla Graziano Trasmissioni era in corso una vertenza sindacale nata dopo il licenziamento di alcuni operai. Dopo alcuni atti di sabotaggio alle macchine, lo scorso giugno l’azienda aveva deciso di sospendere 200 operai su 600 che da allora avevano iniziato regolari picchettaggi davanti alla fabbrica. Secondo il comunicato dell’azienda “la morte di Chaudhry è il risultato di un’aggressione pianificata e calcolata, tesa a danneggiare le relazioni tra la società e i suoi dipendenti e a impedire le attività di Greater Noida”.
Il ministro del lavoro indiano Oscar Fernandes aveva commentato il tragico incidente dicendo che rappresentava un “ammonimento” per gli industriali che non rispettavano i diritti dei lavoratori, soprattutto di quelli precari. Su pressione dei suoi colleghi di governo, il giorno dopo Fernandes aveva però espresso un pubblico mea culpa e ritirato le sue dichiarazioni.
Lo stabilimento della Graziano Trasmissioni a Greater Noida (polo industriale di nuova Delhi) riapre oggi i cancelli ad una settimana dall’uccisione del direttore L.K. Chaudry assalito da un gruppo di ex operai e al ferimento di circa venti persone. In un comunicato l’azienda torinese di cambi e ingranaggi per motori, che appartiene al gruppo elvetico Oerlikon, ha precisato che un centinaio di addetti hanno ripreso il lavoro e che presto “sarà raggiunta la piena capacità”. Ma per uno di loro, Armando Capello, capofficina di 56 anni, l’unico dipendente italiano, sarà difficile dimenticare quanto successo quel lunedì pomeriggio. “Mi trovavo in uno spiazzo fuori dallo stabilimento quando ho sentito delle urla provenire dall’officina – racconta Capello che è arrivato in India 9 anni fa con la stessa Graziano - .Quando sono entrato ho visto due persone a terra in una pozza di sangue e poi un gruppo di persone armate di spranghe e bastoni che scendevano dal primo piano dove ci sono gli uffici e la guest house. Cercavano probabilmente i dirigenti. Mi hanno visto, ma sono passati oltre senza toccarmi. Forse io non ero nella loro lista”. Sembra che il direttore Chaudhry, in un disperato tentativo di fuga, si fosse rifugiato in uno dei mini appartamenti al primo piano dove sarebbe stato picchiato a morte. “Ma non ho visto come è successo, ero terrorizzato e pensavo solo a trovare un posto dove nascondermi. Ho scavalcato una finestra e sono uscito sui tetti. Sono rimasto accovacciato lì sopra per tre ore fino a quando ho capito che non c’era più nessuno degli operai dentro l’edificio. Solo allora sono sceso, ma ancora adesso mi tremano le gambe”. Gli altri tre operai italiani, che erano solo di passaggio, si erano rifugiati invece nelle stanze dove abitavano, ma anche loro per fortuna sono stati risparmiati. “Mi è sembrata un’azione di guerra – spiega ancora Capello – che ha preso tutti di sorpresa comprese le guardie all’ingresso. Chaudhry, che conoscevo da molti anni, mi aveva confidato alcuni giorni fa di aver ricevuto delle minacce”.
Era da circa un anno che alla Graziano Trasmissioni era in corso una vertenza sindacale nata dopo il licenziamento di alcuni operai. Dopo alcuni atti di sabotaggio alle macchine, lo scorso giugno l’azienda aveva deciso di sospendere 200 operai su 600 che da allora avevano iniziato regolari picchettaggi davanti alla fabbrica. Secondo il comunicato dell’azienda “la morte di Chaudhry è il risultato di un’aggressione pianificata e calcolata, tesa a danneggiare le relazioni tra la società e i suoi dipendenti e a impedire le attività di Greater Noida”.
Il ministro del lavoro indiano Oscar Fernandes aveva commentato il tragico incidente dicendo che rappresentava un “ammonimento” per gli industriali che non rispettavano i diritti dei lavoratori, soprattutto di quelli precari. Su pressione dei suoi colleghi di governo, il giorno dopo Fernandes aveva però espresso un pubblico mea culpa e ritirato le sue dichiarazioni.
sabato 27 settembre 2008
Nuova faida dei fratelli Ambani
Su Il Giornale
Si dice che l’unica persona che ascoltano è l’anziana madre Kokilaben, la matriarca dell’impero Reliance fondato negli anni Quaranta da un ex benzinaio e che oggi rappresenta il 5 per cento della ricchezza nazionale indiana con interessi nei settori chiave del petrolchimico, delle telecomunicazioni e dei supermercati. La faida dei fratelli Ambani, protagonisti in una Dinasty al curry, si arricchisce di un nuovo succulento capitolo. Anil, 49 anni, il sesto uomo più ricco del mondo, sta di nuovo per ingaggiare una battaglia legale con l’odiato fratello maggiore, Mukesh, 51 anni, che nella classifica dei super miliardari di Forbes è al quinto posto. I recenti crolli borsistici hanno eroso parte delle loro fortune, ma i due fratelli rivali rimangono sempre tra i Paperoni dell’India.
L’ennesima disputa giudiziaria riguarda un’intervista pubblicata dal New York Times lo scorso 15 giugno in cui Mukesh rivela che prima che si spartissero i beni il fratello Ambani era a capo di “una rete di spie e di informatori privati” usati per scoprire i lati deboli della concorrenza. La denuncia per diffamazione, presentata a un tribunale di Mumbai dove ha sede Reliance, coinvolge circa dieci persone e chiede la fantasmagorica cifra di 2 miliardi e mezzo di dollari come risarcimento.
Un’assurdità come tutte quelle che hanno caratterizzato questa faida familiare che si è scatenata dopo la morte del padre Dhirubbai, il venditore di “pakora” (ciambelle salate) del Gujarat, lo stato che ha dato i natali al Mahatma Gandhi e che lui ha lasciato a 16 anni per andare a fare fortuna nel porto di Aden, in Yemen, dove ha iniziato con una pompa di benzina. Ritornato in patria, grazie a un leggendario tocco da re Mida, che ha trasmesso anche ai due figli, ha poi costruito una fortuna esportando spezie e importando poliestere con margini di profitto mai inferiori al 300 per cento.
Mukesh, ingegnere chimico, è oggi a capo di Reliance Industries, conglomerato dell’energia e raffinerie. Mentre Anil, un maratoneta che ogni mattina fa jogging sul lungo mare di Mumbai, si è spartito il resto, le telecomunicazioni e il settore finanziario assicurativo. E ora sta aprendo anche supermercati a raffica. La divisione dei beni era stata fatta nel 2005 dalla madre Kokilaben, il cui intervento era stato provvidenziale per evitare il dissanguamento dell’impero in borsa. Ogni volta i due fratelli incrociano le spade, gli investitori incrociano le dita. Anche questa volta, c’è chi invoca di nuovo la mediazione materna per evitare l’odissea di una prolungata e costosa battaglia legale che è solo l’ultima di una lunga serie. Mukesh e Anil sono in causa per la vendita del gas scoperto nei giacimenti off shore del Golfo del Bengala, che nelle sue profondità nasconderebbe immense ricchezze. Il numero uno di Reliance Industries di recente ha annunciato che i nuovi pozzi metaniferi potrebbero ridurre in maniera considerevole la dipendenza energetica dell’India che oggi importa il 70 per cento del suo fabbisogno. Ma c’è un patto che vincola la vendita di gas alle industrie del fratello Anil.
Negli anni recenti intorno agli Ambani è nato un ricco florilegio di pettegolezzi. Si dice per esempio che i due non prendano mai lo stesso ascensore quando rincasano nel palazzo di 22 piani a Mumbai dove abitano con la madre. Mukesh sta costruendo un grattacielo da un miliardo di dollari, l’Antilia Tower, che avrà il record di essere il più costoso al mondo e che sarà anche il simbolo architettonico della nuova potenza economica indiana. Avrà 60 piani, un garage per cento auto, un eliporto, un centro benessere e appartamenti per 600 persone di servizio. Ma di sicuro per il fratello Ambani non ci sarà nemmeno uno sgabuzzino.
Si dice che l’unica persona che ascoltano è l’anziana madre Kokilaben, la matriarca dell’impero Reliance fondato negli anni Quaranta da un ex benzinaio e che oggi rappresenta il 5 per cento della ricchezza nazionale indiana con interessi nei settori chiave del petrolchimico, delle telecomunicazioni e dei supermercati. La faida dei fratelli Ambani, protagonisti in una Dinasty al curry, si arricchisce di un nuovo succulento capitolo. Anil, 49 anni, il sesto uomo più ricco del mondo, sta di nuovo per ingaggiare una battaglia legale con l’odiato fratello maggiore, Mukesh, 51 anni, che nella classifica dei super miliardari di Forbes è al quinto posto. I recenti crolli borsistici hanno eroso parte delle loro fortune, ma i due fratelli rivali rimangono sempre tra i Paperoni dell’India.
L’ennesima disputa giudiziaria riguarda un’intervista pubblicata dal New York Times lo scorso 15 giugno in cui Mukesh rivela che prima che si spartissero i beni il fratello Ambani era a capo di “una rete di spie e di informatori privati” usati per scoprire i lati deboli della concorrenza. La denuncia per diffamazione, presentata a un tribunale di Mumbai dove ha sede Reliance, coinvolge circa dieci persone e chiede la fantasmagorica cifra di 2 miliardi e mezzo di dollari come risarcimento.
Un’assurdità come tutte quelle che hanno caratterizzato questa faida familiare che si è scatenata dopo la morte del padre Dhirubbai, il venditore di “pakora” (ciambelle salate) del Gujarat, lo stato che ha dato i natali al Mahatma Gandhi e che lui ha lasciato a 16 anni per andare a fare fortuna nel porto di Aden, in Yemen, dove ha iniziato con una pompa di benzina. Ritornato in patria, grazie a un leggendario tocco da re Mida, che ha trasmesso anche ai due figli, ha poi costruito una fortuna esportando spezie e importando poliestere con margini di profitto mai inferiori al 300 per cento.
Mukesh, ingegnere chimico, è oggi a capo di Reliance Industries, conglomerato dell’energia e raffinerie. Mentre Anil, un maratoneta che ogni mattina fa jogging sul lungo mare di Mumbai, si è spartito il resto, le telecomunicazioni e il settore finanziario assicurativo. E ora sta aprendo anche supermercati a raffica. La divisione dei beni era stata fatta nel 2005 dalla madre Kokilaben, il cui intervento era stato provvidenziale per evitare il dissanguamento dell’impero in borsa. Ogni volta i due fratelli incrociano le spade, gli investitori incrociano le dita. Anche questa volta, c’è chi invoca di nuovo la mediazione materna per evitare l’odissea di una prolungata e costosa battaglia legale che è solo l’ultima di una lunga serie. Mukesh e Anil sono in causa per la vendita del gas scoperto nei giacimenti off shore del Golfo del Bengala, che nelle sue profondità nasconderebbe immense ricchezze. Il numero uno di Reliance Industries di recente ha annunciato che i nuovi pozzi metaniferi potrebbero ridurre in maniera considerevole la dipendenza energetica dell’India che oggi importa il 70 per cento del suo fabbisogno. Ma c’è un patto che vincola la vendita di gas alle industrie del fratello Anil.
Negli anni recenti intorno agli Ambani è nato un ricco florilegio di pettegolezzi. Si dice per esempio che i due non prendano mai lo stesso ascensore quando rincasano nel palazzo di 22 piani a Mumbai dove abitano con la madre. Mukesh sta costruendo un grattacielo da un miliardo di dollari, l’Antilia Tower, che avrà il record di essere il più costoso al mondo e che sarà anche il simbolo architettonico della nuova potenza economica indiana. Avrà 60 piani, un garage per cento auto, un eliporto, un centro benessere e appartamenti per 600 persone di servizio. Ma di sicuro per il fratello Ambani non ci sarà nemmeno uno sgabuzzino.
mercoledì 24 settembre 2008
Graziano Trasmissioni, in forse il futuro della fabbrica di Greater Noida
Su Apcom
La Graziano Trasmissioni potrebbe decidere di chiudere il suo impianto di Greater Noida dopo l’assalto di lunedì scorso da parte di 200 operai licenziati culminato nell’uccisione del responsabile Lalit Krishna Chaudhry. Nello stabilimento che sorge nell’hinterland di Nuova Delhi è arrivato oggi Marcello Lamberto, amministratore delegato dell’azienda torinese appartenente al gruppo elvetico Oerlikon. Ha incontrato all’ospedale alcuni dei circa 20 dipendenti rimasti feriti nei tafferugli. Un portavoce legale della società, presente in India dal 1997, ha detto che “non ci sarebbero le condizioni di sicurezza e l’atmosfera non è idonea per proseguire la produzione”. Sotto accusa è anche la polizia locale che è intervenuta con due ore di ritardo quando ormai la tragedia si era consumata. In queste ore è in corso una riunione della dirigenza per decidere le sorti dell’impianto che secondo i piani aziendali doveva essere triplicato per far fronte alla crescente domanda di componenti da parte dell’industria automobilistica.
Intanto il ministro indiano del lavoro Oscar Fernandes si è pubblicamente scusato per aver detto che “l’attacco serve da monito per gli imprenditori”. Il ministro, in una conferenza stampa ieri, si era rifiutato di condannare l’aggressione e aveva esortato i manager a “trattare gli operai con rispetto e umanità”.
La Graziano Trasmissioni potrebbe decidere di chiudere il suo impianto di Greater Noida dopo l’assalto di lunedì scorso da parte di 200 operai licenziati culminato nell’uccisione del responsabile Lalit Krishna Chaudhry. Nello stabilimento che sorge nell’hinterland di Nuova Delhi è arrivato oggi Marcello Lamberto, amministratore delegato dell’azienda torinese appartenente al gruppo elvetico Oerlikon. Ha incontrato all’ospedale alcuni dei circa 20 dipendenti rimasti feriti nei tafferugli. Un portavoce legale della società, presente in India dal 1997, ha detto che “non ci sarebbero le condizioni di sicurezza e l’atmosfera non è idonea per proseguire la produzione”. Sotto accusa è anche la polizia locale che è intervenuta con due ore di ritardo quando ormai la tragedia si era consumata. In queste ore è in corso una riunione della dirigenza per decidere le sorti dell’impianto che secondo i piani aziendali doveva essere triplicato per far fronte alla crescente domanda di componenti da parte dell’industria automobilistica.
Intanto il ministro indiano del lavoro Oscar Fernandes si è pubblicamente scusato per aver detto che “l’attacco serve da monito per gli imprenditori”. Il ministro, in una conferenza stampa ieri, si era rifiutato di condannare l’aggressione e aveva esortato i manager a “trattare gli operai con rispetto e umanità”.
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